Dopo l’assassinio di re Umberto I a Monza, il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, la consorte, Margherita di Savoia, si ritirò per esercitare il suo ruolo di regina-madre in un palazzo del rione Ludovisi, su Via Veneto, dove visse fino alla sua morte, nel 1926. Da allora l’edificio, progettato da Gaetano Koch, prese il nome della sovrana.
Nel 1931 sotto il regime fascista, gli Stati Uniti, nel quadro del loro crescente coinvolgimento nelle dinamiche europee e alla ricerca di una nuova e prestigiosa sede diplomatica, videro nel Palazzo Margherita un luogo di alta rappresentanza, capace di coniugare centralità politica e forza simbolica.
Molte le figure di primo piano che vi transitarono: da Clare Boothe Luce, ambasciatrice dal 1953 al 1956 e interprete, nel pieno della Guerra Fredda, di una linea fermamente anticomunista e di forte sostegno al ruolo occidentale dell’Italia, fino agli inviati che nei decenni successivi hanno accompagnato le diverse stagioni del rapporto tra gli USA e l’Italia. Non dunque un semplice indirizzo diplomatico, ma uno spazio simbolico che da ieri ha assunto una forte valenza politica per il Medio Oriente, dati i temi in discussione nelle interlocuzioni tra Israele e Libano.
Roma crocevia di pace e del dialogo.
— Antonio Tajani (@Antonio_Tajani) July 7, 2026
Accogliamo con grande favore l’annuncio che la prossima tornata dei colloqui tra Israele e Libano, facilitati dagli Stati Uniti, si terrà a Roma.
Lo scorso aprile avevo comunicato ai Governi libanese ed israeliano la disponibilità… pic.twitter.com/f3oTLQsv4r
Dopo cinque precedenti incontri a Washington, il passaggio a Roma consente di preservare la regia statunitense, spostando però il negoziato fuori dal centro politico americano e collocandolo in una cornice europea e mediterranea, meno esposta e quindi anche più sostenibile per interlocutori, come Gerusalemme e Beirut, che devono calibrare ogni reciproca concessione anche sui rispettivi equilibri interni.
Una seconda logica riguarda il tentativo italiano di valorizzare il ruolo assunto in Libano attraverso la missione internazionale UNIFIL, nella quale siamo presenti con oltre mille uomini, e rilanciare al tempo stesso la nostra tradizionale funzione di mediazione nel Mediterraneo allargato, proprio mentre il mandato della forza internazionale si avvicina alla scadenza di fine 2026. In questa prospettiva si inserisce anche la proposta del ministro Crosetto di una missione con funzione più deterrente, nella quale l’Italia potrebbe essere ancora una volta coinvolta.

Il dato più significativo dell’incontro di Via Veneto è la partecipazione di sole delegazioni diplomatiche e non militari. Non perché il dossier abbia smesso di avere una valenza bellica, ma perché è entrato nella fase in cui le decisioni operative devono godere di una copertura politica. Il canale militare ha già affrontato con l’esercito libanese gli aspetti pratici del ritiro israeliano: quando e come l’IDF dovrebbe lasciare le aree indicate, e in che modo quelle zone passerebbero sotto il controllo delle forze di Beirut. A Roma invece si negozia chi compie il primo passo, con quali garanzie, secondo quale calendario e con quale costo interno. È la differenza tra gestire un dispositivo militare e costruire consenso politico. E nel Levante, spesso, la seconda operazione è più complessa della prima.
Il quadro formale resta quello dell’intesa trilaterale firmata a Washington lo scorso giugno che punta a ristabilire la sovranità libanese, favorire il disarmo di Hezbollah e consentire a Israele di ritirarsi quando sarà rimossa la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini.
Ma il riferimento di fondo resta la Risoluzione 1701 del 2006 dell’ONU, la quale prevedeva che il sud del Libano dovesse essere controllato da Beirut, con il sostegno di UNIFIL, senza milizie armate, né presenza israeliana. La novità di Roma non è l’invenzione di un principio nuovo, ma il tentativo, vent’anni dopo, di applicarne uno mai pienamente realizzato. Il Libano arriva al tavolo con l’obiettivo immediato di ottenere un primo ritiro israeliano, limitato alle due aree pilota previste dal negoziato e dimostrare che l’esercito nazionale può prenderne il controllo.
Per Beirut la posta non è solo territoriale: il governo deve provare che la diplomazia può restituire sovranità più della milizia e della guerra per procura. Israele chiede invece che il ritiro non lasci un vuoto. L’arretramento delle sue forze armate dovrebbe avvenire solo se l’esercito libanese sarà in grado di controllare davvero l’area e impedire il ritorno militare e politico di Hezbollah.
Per Gerusalemme la sovranità libanese è credibile solo se il Paese dei Cedri dimostra di avere il monopolio della forza. Per Beirut è un passaggio necessario ma rischioso; per Hezbollah, può essere visto come una capitolazione. La diplomazia americana prova a spezzare questo circuito con una sequenza graduale: prima aree limitate, poi verifica, infine eventuale estensione. Le due zone pilota servono a evitare l’alternativa tra ritiro totale e occupazione indefinita. Se funzionano, possono diventare un modello. Se falliscono, offriranno a Israele la prova che il Libano non controlla il proprio territorio e a Hezbollah l’argomento che la diplomazia serve solo a normalizzare l’occupazione.




