Tra Londra e Washington l’alleanza è in bilico

Dopo le elezioni americane del 5 novembre scorso, tutti i governi del globo debbono fare i conti con le politiche proposte dal rieletto, Donald Trump. Se per qualche governo, come quello italiano, ciò può costituire una opportunità per scalare le graduatorie di gradimento dell’alleato americano, per altri le conseguenze possono essere meno facili da gestire. Ciò pare vero soprattutto per il governo britannico di Keir Starmer.
Fin da subito, l’attenzione mostrata dall’entourage di Trump verso politici populisti come Nigel Farage ha dimostrato come i rapporti tra Londra e Washington possono risultare difficili, obbligando Starmer di volta in volta a sottolineare o a sopire i fattori politici che lo rendono diverso dall’attuale inquilino della Casa Bianca e dai suoi mentori e alleati, costringendolo a destreggiarsi con fatica tra gli eventi. La scorsa settimana, il primo ministro laburista ha preso le distanze dal piano del presidente Trump di impossessarsi della Striscia di Gaza e mutarla nella riviera del Medio Oriente, operando la prima grande rottura pubblica con Washington.
Starmer, dal canto suo, ha insistito sul fatto che ai palestinesi dovrebbe essere consentito di tornare alle loro case, offrendo il sostegno di Londra a un accordo più ampio in Medio Oriente. Se nelle ultime settimane il Primo Ministro aveva adottato una tattica temporeggiatrice, preoccupato sia di quanto stava avvenendo nella striscia sia di non entrare in conflitto con Washington, la grossolana proposta di Trump (che, come si è visto, non piace ad alcuno) non poteva restare senza risposta, poiché Starmer doveva, per forza compiacere il suo partito, per il quale Gaza è questione scottante e cruciale, legata al rispetto delle regole di giustizia internazionale.
Allo stesso modo, il leader laburista ha deciso di dare voce alle opinioni del Labour Party in merito al ruolo e ai compiti della Corte penale internazionale de L’Aia (Cpi), accusata da Trump di aver posto in essere azioni definite illegittime e infondate contro gli Use e Israele, e per questo sottoposta a sanzioni. Starmer ha ribadito di recente, attraverso il suo portavoce, un concetto già espresso nel novembre scorso a seguito delle polemiche nate su Gaza: ovverosia che Londra desidera continuare a sostenere l’autonomia della Cpi, in quanto legittima e principale istituzione internazionale incaricata di indagare e perseguire i crimini più gravi di interesse internazionale.
Adottando questa tattica e sostenendo la disponibilità del suo governo a lavorare con gli altri soggetti internazionali nella ricerca di soluzioni definitive per le crisi in atto in Medio Oriente, Starmer sta esplorando in qual modo possa usare al meglio ciò che resta dell’influenza britannica nell’area, dove Londra per decenni e fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso ha svolto un ruolo di punta in quanto potenza coloniale più importante. Il tutto al fine di ridare corpo visibilità e credibilità internazionali al paese, dopo che la Brexit ha ridotto di molto lo spazio d’azione di Londra in Europa e nel mondo.
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