Opinioni

Terre rubate in Africa, comunità locali in crisi

Multinazionali e Paesi stranieri puntano a risorse preziose: l’Africa è il primo continente per attrazione di investimenti per lo sfruttamento delle foreste, l’estrazione mineraria e l’agricoltura intensiva
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Cinque società, da sole, controllano il 75% delle piantagioni di palma da olio in Africa - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it
Cinque società, da sole, controllano il 75% delle piantagioni di palma da olio in Africa - Foto Unsplash © www.giornaledibrescia.it

Chi decide sull’accesso alla terra, sulla proprietà e sui diritti di utilizzo? In molti Paesi le risposte a queste domande sono complesse. I titoli di proprietà terriera spesso non sono documentati, e normative legali e consuetudinarie coesistono. Diventa così più facile l’accaparramento delle terre (land grabbing) da parte di grandi multinazionali ai danni delle comunità locali. L’Africa, per la sua superficie, e per l’abbondanza di risorse naturali e minerarie, è il primo continente per attrazione di investimenti per lo sfruttamento delle foreste (40% degli investimenti), per l’estrazione mineraria (33%), per l’agricoltura intensiva (26%).

Tra i Paesi più interessanti, c’è la Repubblica Democratica del Congo, per le grandi estensioni di terra che permettono monocolture industriali, e per il sottosuolo, ricco di oro, cobalto, coltan, magnesio... L’instabilità del Paese, che in questi giorni si è molto acuita, è frutto della corsa alle ricchezze da parte di potenze straniere. Anche la Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri al mondo, è «provata» dalle piantagioni intensive di palma da olio. L’accordo, firmato nel 2011 e con durata cinquant'anni, dal governo con la multinazionale lussemburghese Socfin, ha consegnato a quest’ultima più di 18mila ettari di terreno, pari a quasi il 70% dell’area del distretto di Malen Chiefdom, dove la piantagione è stata avviata. Ma la palma da olio è la principale fonte di sostentamento per una popolazione, il cui 57% vive nell'insicurezza alimentare.

Socfin e Siat (Société d'investissement pour l’agriculture tropicale), di origine belga, ma venduta nel 2023 al conglomerato nigeriano Saroafrica, sono due delle cinque maggiori società che da sole controllano il 75% delle piantagioni di palma da olio in Africa. Spesso i membri delle comunità locali protestano, ma i sostenitori degli investimenti stranieri ritengono che l’acquisizione delle terre su larga scala rappresenti un’opportunità di sviluppo per l’Africa. Se poi le proteste diventano scomode, si «mettono a tacere». Secondo il Nigerian Security Tracker, tra gennaio e giugno 2023, in Nigeria 128 agricoltori sono stati uccisi e 37 rapiti. Anche nei Paesi dove la Costituzione prevede un importo «commisurato» di risarcimento in caso di espropriazione, non sempre questo avviene, perché si nega il valore di mercato della perdita di proprietà, e spesso perché gli agricoltori stessi non hanno conoscenza dei loro diritti sulla terra.

Non mancano, poi, le collusioni tra investitori e capi tradizionali, per cui questi ultimi tendono a «chiudere un occhio» sulle irregolarità. Il land grabbing – che negli ultimi vent’anni ha interessato 114,8 milioni di ettari di terre – è un problema sociale, economico, ambientale, e ha un forte impatto sulla biodiversità del continente africano, già messo a dura prova dal cambiamento climatico con periodi di siccità alternati ad alluvioni.

Sono sorti allora vari sodalizi di società civile. In Sierra Leone, di Ngoiyaï Gbaayegie fanno parte quasi 5.000 piccoli proprietari indipendenti, per una superficie totale di circa 8,70 ettari. Il gruppo lavora sulla difesa dei diritti, ma anche sulla formazione tecnica per la sostenibilità delle produzioni. Land For Life lavora, non solo in Sierra Leone, ma anche in Etiopia, Burkina Faso e Liberia, sul tema della governance territoriale. Così come fa l’Alliance fod Food Sovereignty in Africa (Afsa), che associa piccoli agricoltori, pastori, cacciatori/raccoglitori, indigeni, ambientalisti, che lottano per la sovranità alimentare e l’agroecologia. In posizione ancora più critica sono le donne. «Nonostante siano loro a lavorare la terra, spesso, a causa di barriere tradizionali, non vengono inserite nei processi decisionali, e non vengono rispettati i loro diritti all’eredità», spiega l’attivista Amina Finda Massaquoi, coordinatrice di Wonarpi, organizzazione che lavora per i diritti delle donne nelle aree rurali africane.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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