Tagli di posti nella scuola, perché è un errore strategico

La Manovra per il 2025 prevede una riduzione del personale scolastico
Il ministro Giorgetti - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La Legge di Bilancio per il 2025 prevede una riduzione, a decorrere dal prossimo anno scolastico, di 5.660 posti di docenti e di 2.174 posti del personale amministrativo tecnico e ausiliario. È dal 2008, ossia dalla Riforma Gelmini, che la scuola non registrava un taglio così significativo degli organici del personale scolastico.

Apparentemente la decisione può essere spiegata con la diminuzione del numero di studenti dovuta al fenomeno della denatalità, ma adottando questo criterio si dovrebbe avere un aumento significativo della spesa per la sanità, in tutte le sue espressioni, per l’aumento del numero degli anziani rispetto al totale della popolazione. Ma così non è.

E dunque le ragioni vanno cercate altrove. La stessa Legge di Bilancio prevede che la Carta del docente, introdotta dalla legge 107 del 2015, la cosiddetta «Buona scuola», finora erogata in ragione di 500 euro per ogni insegnante, verrà erogata «fino a 500 euro», con la possibilità quindi di una variazione annuale in diminuzione. Il problema dunque è prettamente ragionieristico, ossia la necessità di fare cassa.

Nel caso della diminuzione del personale la scelta è decisamente miope in quanto, anche se è in atto una diminuzione del numero degli studenti, le problematiche che i docenti si trovano ad affrontare oggi in classe sono decisamente diverse rispetto a qualche decennio fa. Pensare che classi con 30 alunni (nelle scuole superiori) siano adeguatamente gestibili equivale ad avere una visione da libro «Cuore» della scuola. Ma, quel libro, De Amicis lo scrisse nel 1886! Oggi la realtà delle classi è molto più complessa ed ognuna appare come un microcosmo fortemente eterogeneo all’interno del quale convivono (fortunatamente) variabilità individuali molto più accentuate.

Ma proprio la variegata composizione delle classi richiede un aumento di organico dei docenti, non una sua diminuzione. Infatti solo in classi più ridotte è possibile dare risposte più adeguate ai bisogni formativi e di apprendimento degli studenti, intercettando le loro specifiche diversità (alunni disabili, con disturbi specifici di apprendimento, con bisogni educativi speciali, alunni provenienti da contesti migratori, ecc.).

Peraltro nel corso di questi anni i docenti sono stati continuamente sollecitati a personalizzare i percorsi di apprendimento degli studenti proprio per garantire ad ognuno di loro il successo formativo. La decisione del taglio dei posti va invece in una direzione opposta ed è figlia di una mentalità ancora radicata nella nostra classe politica, ossia quella di considerare la scuola come una qualsiasi voce di spesa del bilancio dello Stato, invece che un investimento per il futuro del Paese.

Finché la politica scolastica di questo Paese sarà gestita dai burocrati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, senza una visione a medio-lungo termine riguardo alla funzione che la scuola può assolvere nella società, la stessa scuola sarà condannata a vivere alla giornata, con poche risorse e senza alcuna prospettiva di futuro. Ma a pagarne le conseguenze non sarà solo la scuola, ma l’intero sistema Paese.

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