Se la violenza in politica rimane una triste attualità

A cinquantuno anni dalla Strage di piazza Loggia, fare memoria significa schierarsi pure nell’attualità
Un'immagine a colori dopo lo scoppio della bomba in piazza Loggia - Foto B. Massafi/Eden (colorazione Socialbeat-AI)
Un'immagine a colori dopo lo scoppio della bomba in piazza Loggia - Foto B. Massafi/Eden (colorazione Socialbeat-AI)
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Sembra ieri e sono già passati cinquantuno anni dalla Strage terroristica neofascista di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974. I rintocchi fanno memoria delle otto vittime della bomba e invitano ad evocarle una ad una: Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante; Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante; Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante; Euplo Natali, 69 anni, pensionato, ex partigiano; Luigi Pinto, 25 anni, insegnante; Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio; Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante; Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio. Sono un monito. Come gli oltre cento feriti, ad evidenziare che si sarebbe potuto innescare un massacro ancor più doloroso.

Decenni passati invano? No, come evidenzia nel suo messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella «le risorse morali e civili di chi si è battuto dalla parte della libertà e della democrazia hanno prevalso sugli stragisti, i conniventi e i loro complici. E la giustizia, sia pure con ritardo rispetto alle angosciose attese, ora è giunta a una prima sentenza anche sugli esecutori materiali».

Allora, nel 1974, ero in Sardegna. Per il Car del servizio militare di leva, al tempo obbligatorio. Non esistevano i telefonini. Telefonare dalla caserma era un’impresa. Notizie e immagini arrivavano dalle reti televisive. I commilitoni mi guardavano come quello che veniva dalla contrada martoriata che tante passioni stava scatenando nell’intero Paese. Avvertivo una sorta di colpevole lontananza fisica. Bisognava reagire, ma come? Testimoniando che la democrazia era viva.

Il tema della violenza in politica era e rimane di attualità. C’era e c’è nelle stragi che continuano a consumarsi in una guerra mondiale a pezzettoni, che si affida alla sopraffazione minacciando di amalgamarla in un bagno universale di sangue. Fare memoria significa schierarsi pure nell’attualità, denunciare la condanna del ricorso a quei metodi tanto drammaticamente sperimentati. L’invocazione quotidiana della pace è lì a confermare che è ad altissimo rischio di essere cancellata, anche dove ora sussiste più per una assenza di guerra guerreggiata che per una rassicurante condizione di praticata volontà, che si applica anche all’approccio esercitato per le aree in conflitto.

L’economia di guerra e per la guerra condiziona sempre più massicciamente i bilanci e le politiche sociali delle nazioni. La sicurezza delle conquiste di libertà e democrazia pare aver perso i connotati di un diritto internazionale accettato e condiviso per lasciare campo aperto alla logica del fatto compiuto praticato con la violenza e la minaccia della sua estensione. Per questo la ricorrenza del 28 maggio è più che mai una data che non va celebrata solo in quel giorno, piuttosto un impegno che attraversa la quotidianità del vivere. Rifiuta uno schema e si fa carico di ricercarne e praticarne uno che gli appartiene come patto di socialità condivisa.

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