È almeno dagli anni Ottanta del Novecento che viviamo in una «società somatica» nella quale il corpo è diventato l’elemento centrale dei cambiamenti socioculturali, un campo di espressione e di investimento che per molti riempie il vuoto generato dal venir meno di un pensiero rivolto alla collettività e che va oltre il sé individuale. Per evitare fraintendimenti, va subito detto che percezione positiva del proprio corpo, riconosciuto nei suoi limiti e nelle sue qualità, è una delle basi del benessere personale, di una buona autostima e di costruttive relazioni con gli altri.
Ma oggi, si supera questa ormai scontata acquisizione delle scienze mediche e della psicologia, così come si va oltre una legittima attenzione alla salute, alla bellezza e alla cura di sé. Nella società somatica (espressione usata dal sociologo Bryan Stanley Turner) il corpo è un elemento attraverso il quale le persone costruiscono la propria identità, esprimono sé stesse e vengono percepite e giudicate dagli altri. Il corpo diventa un’entità da modellare, controllare, consumare e perfino da trasformare, tanto da divenire un oggetto di competizione e di spettacolarizzazione.
Pensiamo, ad esempio, alla diffusione delle diverse pratiche di fitness, delle diete radicali, dei tatuaggi, della chirurgia estetica, della cosmetica e dell’attenzione all’immagine sui social media. Ancora una volta, non si tratta solo di una reazione a una fase storica in cui il corpo è stato troppo negato e nemmeno di un mero esercizio rivendicativo della libertà del corpo in stile anni Sessanta. Oggi costruire, modellare e mostrare un corpo performante è diventato un imperativo sociale.
Del resto, si registra un aumento degli investimenti nel settore fitness e della sua comunicazione commerciale. Gli stessi dati Istat confermano che il fare palestra è una delle attività sportive più diffuse tra i giovani, risultando la prima in assoluto tra le ragazze. Di pari passo vanno diffondendosi aree pubbliche attrezzate e gli stessi parchi vengono dotati di sbarre, parallele, spalliere e strutture per esercizi che permettono di allenare forza e muscolatura.
Sul piano mediatico, queste tendenze vengono plasticamente evidenziate in recenti format televisivi come «Physical. Da 100 a 1» che, dopo il successo internazionale, sta guadagnando un largo seguito anche in Italia, soprattutto tra giovani e giovanissimi. Trasmesso da una nota piattaforma televisiva a pagamento, Physical è un reality show in cui 100 concorrenti iperdotati fisicamente (tra i quali ex atleti olimpici, bodybuilder, militari, lottatori, influencer fitness e altri sportivi) si sfidano in prove di forza e resistenza. L’obiettivo è individuare il fisico più completo e performante, attraverso una serie di eliminazioni progressive. Le sfide consistono in attività atletiche estreme, giochi di sopravvivenza, competizioni corpo a corpo come quello di difendere o conquistare una palla all'interno di un’arena.
Una conferma della generale e aproblematica accettazione di questi messaggi culturali viene dal fatto che mettere il corpo muscoloso e palestrato al centro dello spettacolo, trasformandolo in oggetto di competizione, valutazione e ammirazione pubblica non sembra ormai suscitare sul piano dei contenuti alcun tipo di reazione problematica nel pubblico e nella stessa critica. Quest’ultima si sofferma, piuttosto, su aspetti come l’originalità del format, la varietà dei concorrenti, la spettacolarità delle prove e sulla maggiore o minore capacità di aumentare gli ascolti.
C’è addirittura chi apprezza la capacità di creare suspense e il carattere meritocratico di una competizione che avrebbe valore proprio perché non si limiterebbe all'estetica ma premierebbe l’impegno e la prestazione senza gli infingimenti tipici dei «soliti» reality residenziali. In definitiva, in questa fase storica di arretramento delle tradizionali appartenenze collettive (classe sociale, partiti, sindacati, associazioni), si tratta di un segnale dell’avanzamento di un individualismo competitivo, che vede nel corpo una risorsa immediata e concreta per distinguersi e che considera sempre più secondarie le questioni collettive che non si fermano alla sola dimensione corporea.




