Nordio e Santanchè, i silenzi di Meloni e l’incertezza dell’opposizione

Camera e Senato non sono luoghi di dibattito politico, magari infuocato, ma vivace e sano: piuttosto sono camere di risonanza della propaganda che rimbalza fra X e Tiktok
Carlo Nordio e Daniela Santanchè - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Carlo Nordio e Daniela Santanchè - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Spesso sono le coincidenze che fanno emergere le contraddizioni. E quella di ieri alla Camera dei deputati è una di quelle coincidenze che mettono in evidenza più di quanto sia accaduto. Due mozioni di sfiducia per due ministri, nella stessa giornata: per il Guardasigilli Carlo Nordio sul «caso Almasri» e per la responsabile del dicastero del Turismo Daniela Santanchè, rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per truffa all’Inps.

Cannonate a salve, sostiene la maggioranza. Ed ha ragione perché nessuno si illude sull’esito dei voti, i ministri restano al loro posto. Atto doveroso per segnalare la gravità delle situazioni, replicano le opposizioni, che sanno come andrà a finire ma sperano sempre di poterne ricavare qualche vantaggio. Se va male, l’eco del dibattito lascia comunque qualche alone sulle tuniche dei ministri. E se va bene, qualche imboscata può rivelare che la maggioranza è meno quadrata di quel che vorrebbe far credere

In due anni e mezzo di governo meloniano, più di una volta ministri e sottosegretari sono stati protagonisti di scivoloni e sempre le opposizioni ne hanno chiesto le dimissioni, esattamente come faceva la Meloni quando era all’opposizione. Al netto del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro condannato per aver rivelato segreti d’ufficio, delle gaffe di Francesco Lollobrigida, o delle forzature di Giuseppe Valditara, il terreno più sdrucciolevole è stato quello della Cultura, con le dimissioni di Vittorio Sgarbi prima e di Gennaro Sangiuliano poi.

È proprio l’uscita di scena di Sangiuliano, piangente in diretta tv a confessare rapporti con una sua collaboratrice, che segna lo stridore con la resilienza della Santanchè, messa sotto accusa per reati gravi e di indubbia ricaduta sociale. Situazione incomprensibile, quella che si è creata, che mette in imbarazzo il centrodestra, mentre consente al centrosinistra qualche battuta sulle borse taroccate che la ministra ha regalato, fino a chiedersi se la Santanchè non tenga sotto ricatto la premier. Altrimenti, come spiegare l’ennesima dichiarazione sprezzante sul «decido io»?

Di altro spessore la questione che riguarda il torturatore libico Almasri, liberato e riportato in patria con un aereo dei servizi segreti italiani. Le opposizioni ieri hanno messo nel mirino il ministro della Giustizia Carlo Nordio, accusandolo di aver mentito al Parlamento. I banchi della maggioranza erano vistosamente vuoti: c’erano dieci di Fratelli d’Italia, uno di Forza Italia e nessun leghista. Scelta strategica del centrodestra per non impantanarsi ancora una volta in una storia iniziata male e continuata peggio? Modo per depotenziare l’attacco delle opposizioni? Se così fosse, l’accaduto dimostrerebbe quanto il Parlamento sia messo male nella considerazione dei suoi stessi membri.

Perché tra quel che fa emergere la coincidenza di ieri vi è anche che Camera e Senato non sono luoghi di dibattito politico, magari infuocato, ma vivace e sano. Piuttosto sono camere di risonanza della propaganda che rimbalza fra X e Tiktok, giungendo assai poche volte ad approdi convincenti.

L’opposizione sconta qui le sue incertezze, mentre la maggioranza innalza raffiche di voti di fiducia a decreti che nascono e crescono fuori da Montecitorio o Palazzo Madama. Al punto che qualcuno già teorizza una sorta di «premierato di fatto» con ogni potere nella mani dell’esecutivo. Accanto a Nordio, ieri alla Camera c’era Matteo Piantedosi, il ministro degli Interni che sembra sia più preoccupato degli attacchi su X di Elon Musk che non delle critiche delle opposizioni. Sondaggi che invocano rimpasti. Scricchiolii?

Le coincidenze qualche volta sono favorevoli al Governo. Capita che mentre l’attenzione si sta focalizzando sull’intreccio opaco fra Libia, Albania e barconi nel Mediterraneo, giunga il Tornado Trump a richiamare tutta l’attenzione su di sé. Capita che lo stravolgimento della geopolitica globale conquisti l’attenzione generale. Ma poi i nodi vengono al pettine: chi è amico di chi? Qualcuno sottolinea, ad esempio, che la Meloni non è amica di nessuno dei vincitori delle elezioni in Germania.

Le opposizioni attaccano e vorrebbero che ogni giorno Giorgia Meloni andasse in Parlamento a riferire. La maggioranza sostiene che ci vanno i ministri e questo basta. Lei è abilissima ad inabissarsi e sparire dal dibattito pubblico quando le cose si mettono di traverso. Qualche volta deve fare marcia indietro e almeno in teleconferenza esporsi. Il meno possibile. Con dichiarazioni equilibratissime al limite dell’equilibrismo. È vero: contano i fatti assai più delle parole. È vero: il silenzio è un’arma strategica di governo e di potere. Ma governare significa anche spiegare le scelte che si fanno, nel rispetto di democrazia e istituzioni.

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