Se l’attacco di Israele all’Iran è una sfida alla Cina

Successivamente all’avvio dell’operazione «Rising Lion», giustificata da Tel Aviv come misura preventiva contro la possibilità di un imminente salto qualitativo del programma nucleare iraniano verso fini militari, il presidente cinese Xi Jinping – al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ad Astana – ha affermato che Pechino è «profondamente preoccupata per l’evoluzione della situazione» e ha invocato la «de-escalation immediata», condannando implicitamente ogni forma di azione militare unilaterale.
Qualche ora fa, il portavoce del Ministero degli Esteri, Guo Jiakun, ha ribadito che la Cina è in contatto con «tutte le parti coinvolte» e sostiene iniziative multilaterali per il cessate il fuoco. Dietro la sobrietà delle dichiarazioni ufficiali si cela una postura complessa: la Cina cerca di rafforzare la propria immagine di potenza responsabile, senza esporsi a una logica di schieramento che contraddica i suoi interessi globali. Il linguaggio scelto da Pechino – «moderazione», «dialogo equo», «rispetto della sovranità» – non è semplicemente neutrale, ma selettivamente strategico.
In particolare, l’insistenza sul principio di sovranità nazionale è rivolta implicitamente a Stati Uniti e Israele, anche se non esplicitamente nominati, e si inserisce in una più ampia visione dell’ordine internazionale proposta dalla Cina: un ordine multipolare, non dominato dall’Occidente, fondato su relazioni bilaterali stabili, sul non intervento e su una diplomazia contrattuale.
Tuttavia, questa visione entra in crisi proprio di fronte a episodi come l’attacco israeliano: se gli Stati Uniti e i loro alleati possono colpire impunemente un partner strategico della Cina, qual è il valore deterrente dell’ombrello politico e diplomatico offerto da Pechino? La Repubblica Islamica dell’Iran è, da oltre un decennio, un partner fondamentale della Cina in Medio Oriente. La firma del Partenariato Strategico Globale nel 2021 e l’ingresso dell’Iran nei Brics nel 2024 hanno consolidato un rapporto multilivello che va ben oltre il commercio energetico. Pechino considera Teheran un tassello centrale della Belt and Road Initiative (Bri), hub continentale per la connessione euroasiatica. Ma è proprio questa asimmetria che spiega l’ambivalenza cinese: l’Iran ha bisogno della Cina, ma la Cina può permettersi di non difendere direttamente l’Iran.
Il valore strategico della stabilità nella regione è alto, ma non abbastanza da rischiare uno scontro diretto o da compromettere il fragile equilibrio nei rapporti con Washington, Tel Aviv e i Paesi del Golfo. La vera posta in gioco è quindi sistemica. L’offensiva israeliana non è soltanto una sfida al nucleare iraniano: è anche una prova indiretta del progetto cinese di riordino globale. Colpire l’Iran significa anche mettere alla prova la resilienza del progetto geopolitico cinese nel Sud globale. Pechino si propone da anni come promotrice di un’alternativa all’egemonia occidentale, una potenza capace di offrire cooperazione infrastrutturale, protezione diplomatica e rispetto sovrano. Se però i suoi partner strategici più esposti vengono colpiti senza che la Cina sia in grado di prevenirlo, contenerlo o reagire in modo credibile, la tenuta di questa alternativa viene messa in discussione.
‘All necessary options on the table’
— Al Jazeera English (@AJEnglish) June 19, 2025
Iran warns the US against military intervention, saying it does not want the conflict to expand, but is ready to act and “teach aggressors a lesson” if necessary.
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In questo senso, l’attacco del 13 giugno appare anche come un messaggio trasversale rivolto a Pechino: la capacità della Cina di garantire stabilità ai propri alleati è percepita come incompleta, e può essere messa alla prova con costi limitati. L’assenza di una risposta forte da parte di Pechino – che ha evitato toni bellicosi o azioni diplomatiche dure – mostra una potenza ancora in transizione: sistemica nelle ambizioni, prudente nei comportamenti. Ma un potenziale sistemico privo di credibilità deterrente rischia di rivelarsi vuoto, soprattutto agli occhi degli attori del Sud globale che guardano alla Cina come bilanciamento rispetto all’Occidente.
The very fact that the Zionist regime’s American friends have entered the scene and are saying such things is a sign of that regime’s weakness and inability.
— Khamenei.ir (@khamenei_ir) June 18, 2025
La Cina ha provato a riaffermare il proprio ruolo di mediazione, come già fatto con successo nel 2023 nell’accordo tra Iran e Arabia Saudita. Ha ribadito la disponibilità a facilitare un dialogo inclusivo tra le parti e ha espresso sostegno a una possibile iniziativa congiunta con i Brics o con l’Onu. Tuttavia, al di là delle formule diplomatiche, la sua capacità di incidere è limitata. Non ha basi militari nella regione, non è interlocutore privilegiato di Israele, e non vuole compromettere le sue relazioni energetiche con le monarchie sunnite. Soprattutto, non intende legare il proprio destino geopolitico a quello di un partner percepito come instabile e ideologicamente problematico, come l’Iran.
L’attuale posizione cinese rappresenta quindi un punto di equilibrio precario tra coerenza ideologica e realismo strategico. È la manifestazione visibile della tensione tra la narrativa di una Cina promotrice della stabilità globale e la realtà di una Cina ancora riluttante ad assumersi il rischio di una leadership piena. L’attacco israeliano all’Iran non è – ancora – un attacco alla Cina. Ma è un segnale. Se Pechino intende davvero affermarsi come alternativa all’ordine liberale guidato dagli Stati Uniti, dovrà essere in grado di rispondere non solo con la retorica, ma con strumenti di influenza tangibili e coerenti. Il cuore della crisi non è a Teheran, ma nella sfida alla visione cinese di sicurezza e ordine internazionale.
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