Gli scenari possibili in Iran, puntando a intesa o cambio di regime

Non sempre la rapidità della vittoria si traduce in stabilità politica. Nelle guerre contemporanee l’equazione non regge più. La velocità con la quale gli Stati Uniti abbatterono il regime di Saddam Hussein nel 2003 non produsse la democrazia promessa come volevano i Neocons, ma una frammentazione settaria da cui scaturì una lunga guerra asimmetrica, capace di condizionare l’Iraq per anni e di irradiare instabilità oltre confine. I piani concreti per una mobilitazione massiccia contro l’Iran risalgono invece al 1991, quando un altro Bush, George Herbert Walker, decise di mantenere al potere il Rais iracheno.
L’obiettivo era fare in modo che rappresentasse una minaccia per l’intera regione del Golfo e che Washington fosse chiamata da quegli stessi Paesi che si sentivano in pericolo ad aprire basi militari per garantirne la sicurezza.
Lo scenario afghano e centro-asiatico, libero dalla dominazione dell’Urss, implosa nello stesso anno fecero il resto. Da allora gli Usa cinturarono con una serie di basi militari l’altopiano iranico, pronti a scatenare un conflitto che oggi sembra sempre più prossimo.
Molti di quei presìdi militari, visti i mutamenti geopolitici intercorsi negli ultimi anni, non sono più nella disponibilità dell’Amministrazione Trump, la quale ha supplito con l’invio di due portaerei con tutto il loro potenziale. Una dimostrazione di forza che risponde alla dottrina di massima pressione elaborata nel 2018.
Nel frattempo, memori dell’esperienza irachena, gli iraniani trassero un principio operativo: se l’avversario è tecnologicamente superiore, la sopravvivenza non passa dallo scontro frontale ma dalla dispersione. Da qui la cosiddetta «difesa a mosaico»: una postura decentralizzata, pensata per compensare l’inferiorità militare rispetto ad avversari come Stati Uniti e Israele.
Invece di concentrare forze e centri di coordinamento in pochi nodi vulnerabili, Teheran scompone la propria capacità bellica in unità locali, catene di comando più flessibili e distribuite, così da continuare a operare anche dopo colpi mirati. Nell’ottica degli ayatollah questo servirebbe a rendere inefficace il cosiddetto decapitation strike e provocare il crollo del regime.

Nell’andamento ondivago dei colloqui indiretti con l’Iran, avversario percepito come logorato internamente e regionalmente vulnerabile, Washington intravede ora una finestra di opportunità, che dal suo punto di vista trasforma il rischio in un’occasione, l’accumulo di forze in una necessità, l’ultimatum in un gesto «razionale».
Due i principali percorsi verso un’azione militare. Il primo potrebbe prevedere un attacco contro i centri di comando delle Forze armate e dei Pasdaran, indebolendo l’apparato militare e repressivo del Paese, dando in parte seguito alla promessa fatta alla popolazione che si era ribellata a gennaio. Un’operazione volta in realtà a far tornare l’Iran al tavolo negoziale in una posizione di debolezza, ma che avrebbe effetti limitati sul crollo del regime e potrebbe indurre Teheran a intraprendere misure di ritorsione contro obiettivi statunitensi non solo nell’area del Golfo.
La seconda opzione consisterebbe in una campagna molto più ampia, mirata a imporre cambiamenti strutturali nel comportamento del regime, spingendolo ad accettare i due punti principali sui quali Trump e soprattutto Netanyahu insistono: la completa rinuncia al programma nucleare e lo smantellamento del suo arsenale missilistico.
Perché un simile disegno possa funzionare, Washington dovrebbe rendere credibile una minaccia alla sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica: non un’azione dimostrativa, ma una pressione militare prolungata, coordinata e sostenuta dagli alleati regionali – molti già riluttanti – tale da costringere Teheran a scegliere tra una concessione umiliante, ma salvifica, e un conflitto capace di mettere in discussione la continuità del potere.
Una strategia orientata al cambio di regime, però, porta con sé rischi elevati: dall’atomizzazione del Paese in fazioni armate ad una spaccatura su base etnica (Kurdistan iraniano e Khuzestan a maggioranza araba), a una possibile guerra civile su larga scala, che opporrebbe i Pasdaran e i Basij a parte della popolazione.
È qui che la lezione dell’Iraq dovrebbe essere tenuta presente. Un regime change è efficace solo se proviene da dinamiche interne e non da processi eterodiretti. Un’azione militare ora darebbe sempre più l’impressione che l’uso della forza venga considerata come una condizione per ristabilire la credibilità statunitense agli occhi degli alleati e dei rivali. Non si tratterebbe soltanto del rapporto con Teheran, ma della posizione degli Stati Uniti in un sistema internazionale sempre più competitivo.
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