Sarà una manovra di tagli e speranze

Comincia l’iter per la formazione della prossima Legge di Bilancio. A tal fine sarà necessario fare i conti, nel vero senso della parola, con la Commissione europea (vale a dire con il governo europeo). Quest’anno il grado di difficoltà sarà ben più elevato a causa dell’entrata in vigore del nuovo Patto di Stabilità e Crescita. A tal proposito, vale la pena ricordare che solo tre europarlamentari italiani votarono a favore del Patto. Per il resto, i partiti della maggioranza di governo, Pd e Cinque Stelle si astennero.
La decisione non piacque al commissario Gentiloni (Pd) il quale, con la sua consueta ironia, dichiarò che il voto aveva «unito la politica italiana». Ovviamente la Commissione europea non colse con giubilo la posizione italiana e sottolineò, anzi, la vulnerabilità del bilancio pubblico italiano.
Date le premesse, il governo Meloni si dovrà presentare «con il cappello in mano», chiedendo un piano di rientro per il debito molto più favorevole rispetto a quello standard di quattro anni. L’Italia chiederà una dilazione di sette anni. La dilazione sarebbe utile non solo economicamente ma anche politicamente, visto che l’attuale legislatura scadrà nel 2027. Pertanto si potranno sempre scaricare sul prossimo governo le responsabilità.
Mentre, da Marte, Salvini chiede condizioni migliori per le pensioni e un allargamento della cosiddetta flat tax, a beneficio esclusivo delle partite Iva, gli altri componenti del governo fanno finta di nulla e si stanno muovendo nella direzione opposta. Basta vedere le simulazioni delle pensioni future per capire come queste si ridurranno nel tempo. A tal proposito, è lodevole l’iniziativa governativa di supportare i lavoratori più giovani per garantire pensioni future superiori ai livelli di sopravvivenza.
No, il Governo Meloni non abolirà l’assegno unico nella prossima legge di bilancio. Diffidate dalle fantasiose ricostruzioni su una Manovra ancora da scrivere. Noi continuiamo a lavorare per un'Italia migliore e più giusta, dopo anni di disastri della sinistra. pic.twitter.com/P5nexwK0j3
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) August 29, 2024
Inoltre, sarebbe necessario rivedere la tassazione. Ma le modifiche saranno omeopatiche: in Italia, tra bonus, esenzioni, deduzioni e detrazioni, abbiamo più di 600 sconti fiscali (che riducono il gettito tributario di quasi 100 miliardi di euro). Ovviamente, se si tagliano questi sconti, miranti a favorire 600 tipologie diverse di contribuenti, si perde consenso. Pertanto, vi saranno taglietti qua e là, senza che si attui un intervento complessivo di revisione dei bonus.
Sul fronte della spesa pubblica, il Governo ha già cominciato a tagliare. Ad esempio, la spesa sanitaria reale è stata ulteriormente ridotta (è dal 2008 che si sta tagliando e, ora, l’Italia si colloca sotto la media europea). Un altro esempio, caro a chi scrive, riguarda le Università statali. La ministra Bernini ha infatti tagliato di 500 milioni il fondo di finanziamento ordinario: per l’Università degli Studi di Brescia (che pesa circa l’1%) ciò si traduce in 5 milioni di minori introiti. Una cifra ragguardevole. Se poi si pensa che il sistema universitario italiano pesa circa l’1% del Prodotto interno lordo, contro una media Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dell’1,6%, si capisce quanto questo governo tenga alla crescita (culturale ed economica) delle giovani generazioni e perché la produttività italiana non cresca.
In tale contesto, il governo sperava che la Banca centrale europea (Bce) tagliasse i tassi d’interesse in modo significativo. Questa manovra avrebbe consentito di ridurre la spesa relativa agli interessi sul debito pubblico italiano (sempre più vicini ai 100 miliardi). Purtroppo il taglio della Bce è stato inferiore alle speranze del governo italiano. Ora non ci resta che attendere e sperare che la Commissione europea non ci spezzi le reni.
Paolo Panteghini – Docente di Scienza delle finanze, Università degli Studi di Brescia
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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