Molte incognite sulla manovra

Il Forum Ambrosetti che, ritualmente chiude il periodo estivo e segna la ripartenza autunnale, da anni rappresenta un palco importante per la politica nazionale e internazionale e, con attenzione alle questioni di casa nostra, è l’occasione per presentare al mondo delle imprese le linee guida che il Governo andrà a proporre al Parlamento per indirizzare l’economia.
Anche l’edizione di quest’anno non ha tradito le aspettative dando l’opportunità a vari membri dell’Esecutivo, ad iniziare dalla premier Meloni, di fornire un quadro dello stato dell’arte ad una settimana dal primo incontro formale del Consiglio dei Ministri per la definizione della Legge di bilancio per il 2025 e a poco più di venti dalla sua verifica in sede Ue. Una premessa importante ribadita da Meloni è la consapevolezza di muoversi su un sentiero molto stretto sia per motivi interni, sia per la pressante richiesta europea di ridurre l’indebitamento complessivo e la percentuale di questo sul Pil.
Per quanto riguarda le manovre in essere (taglio del cuneo fiscale con la conferma della riduzione delle imposte sui redditi da lavoro dipendente, le proroghe degli ammortizzatori sul sistema pensionistico, misure contro il caro vita) queste già portano ad impegnare 25 miliardi di euro, per la metà coperti dall’incremento delle entrate fiscali (in parte proprio generate dal miglioramento delle condizioni economiche di chi ne ha beneficiato).
I «tagli richiesti», invece, portano ad ipotizzare una manovra che possa basarsi su un possibile budget di ulteriori 13-15 miliardi di euro, attestando la Finanziaria sui 25 miliardi come indicato da molti degli intervenuti sul palco di Cernobbio. Miliardi che dovranno essere spalmati su iniziative «che attivino i moltiplicatori economici» come dichiarato dalla Presidente. Qui si giocherà il dibattito nelle prossime settimane tra scelte su investimenti in settori strategici di «base» come Sanità o Istruzione o vari incentivi per sostenere direttamente l’economia, l’innovazione o la produttività, piuttosto che altri interventi orientati a ridurre la povertà e per il contrasto alla disoccupazione.
Su questo ultimo aspetto è apparso evidente l’uso un po’ strumentale del palco da parte della politica che, celebrando i buoni risultati sul fronte occupazionale ha parlato di una situazione migliore di quanto succeda negli altri Paesi europei. Si è forzata un po’ la mano sul dato di crescita relativo (reale) e la differenza che rimane comunque alta con i principali Paesi europei (l’Italia si posiziona circa 6/7 punti percentuali al di sotto di quella del resto d’Europa, dove persino un Paese in difficoltà come la Francia ha un dato di occupazione superiore, mentre la Germania mantiene tassi ulteriormente più alti -oltre il 75%-).
Un tema sul quale l’intervento della Meloni ha raccolto applausi è stato quello sulla volontà di «tagliare i bonus». Fishing for compliments direbbero gli inglesi - a caccia di complimenti - perché a tutti è chiaro che la giungla dei bonus (a prescindere dai vituperati super bonus degli ultimi anni) rappresenti una zavorra per il sistema Paese. Uno studio del Mef afferma che la sommatoria di questi «bonus-detrazioni-crediti di imposta incida sulle finanze dello Stato per circa 120 miliardi di euro» e di come siano figli di interventi non pensati a sistema e, spesso, non in grado di generare reali ricadute sul Paese.
Il problema per la politica però è quello di passare dalle parole ai fatti perché su queste leve agiscono le lobby (spesso con motivazioni non coerenti con la volontà del governo sul «moltiplicatore» per l’economia) con sgravi che vanno dalla riqualificazione energetica ai mobili per arredamento o agli elettrodomestici, dagli interventi per miglioramento sismico a quelli per gli affitti ai giovani o per l’acquisto della prima casa, dall’asilo nido agli psicologi, dai bonus decoder a quelli per la sistemazione di aree verdi e via di questo passo. Senza dimenticare che le politiche agevolative legate ai bonus/detrazioni hanno anche un vantaggio diretto portando (in molti ambiti) a ridurre l’evasione fiscale costringendo all’evidenziazione formale di spese sostenute da persone fisiche o giuridiche.
A questo proposito un passaggio che ha messo in evidenza una certa dose di scarsa contestualizzazione è quello legato agli incentivi sulla Transizione 5.0. Che i 6,3 miliardi previsti siano largamente lontani dall’essere utilizzati entro la fine anno è risaputo così da portare Meloni ad ipotizzare una proroga che, come è stato chiaramente riportato dal ministro Urso, non è prevista da chi questi finanziamenti li eroga (l’Ue).
Più che di una deroga l’obiettivo sarebbe quello di rendere subito meno complicate le modalità di erogazione dei fondi (la principale causa del loro non utilizzo) agevolando così davvero le imprese nel loro sfruttamento. In sostanza da Cernobbio si torna a casa consapevoli che le prossime settimane richiederanno al Governo un grande sforzo di concretezza per mettere a terra i principi guida dichiarati con la necessità di accantonare quelle spinte centrifughe che, malgrado i dichiarata della politica, abbiamo riscontrato durante il periodo estivo.
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