Referendum, le modifiche costituzionali e il nodo del consenso

L’insegnamento dell’ultimo voto è che si può e forse è necessario aggiornare la Costituzione, ma lo si deve fare per ampio consenso
Lo spoglio delle schede del referendum - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
Lo spoglio delle schede del referendum - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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E tre. Per la terza volta gli elettori hanno bocciato una proposta di riforma costituzionale votata dalla sola maggioranza di turno. Come, a cadenza decennale, era già successo e con margine ancora più ampio di quello già molto ampio (quali sue milioni di voti) del 23 marzo, nel 2006 e nel 2016.

Nel frattempo la Costituzione è stata modificata svariate volte senza ricorrere a referendum, su questioni puntuali anche se non banali e con due referendum confermativi di fatto non competitivi, a proposito del titolo quinto, nel lontano 2001, e più di recente per la riduzione del numero dei parlamentari.

Segno che la Costituzione, ormai la seconda più «antica» tra le 27 dell’Unione, dopo quella irlandese, si può modificare, ma occorre farlo per ampio consenso. Se è vero, come scrive Poalo Bonini sul sito della Comunità di Connessioni, che, secondo l’antica saggezza un atto ripetuto tre volte diventa «consuetudine fissa», questo è il primo, fondamentale e chiarissimo insegnamento di questo referendum, tra l’altro molto partecipato. Si può e forse è necessario aggiornare la Costituzione, ma lo si deve fare per ampio consenso. Insomma, è rischioso utilizzare le riforme costituzionali per giocare partite che non prevedano un ampio dibattito parlamentare, altrimenti il risultato è quello oggi riprodotto.

La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Filippo Attili © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa/Filippo Attili © www.giornaledibrescia.it

Siamo così al secondo insegnamento, ovvero una significativa partecipazione: vuol dire che, quando si tratta di scelte importanti, il sovrano, cioè il popolo, si prende le sue responsabilità. Il terzo è più articolato, essendo stata impostata questa orribile campagna elettorale, ben oltre il merito di un quesito piuttosto tecnico, come una sorta di prova generale di quella per le elezioni politiche in calendario tra un anno.

L’Istituto Cattaneo ha pubblicato una cartina del possibile risultato nei collegi elettorali uninominali per la Camera utilizzando come predittore del voto per le politiche il risultato bipolare del referendum, opportunamente normalizzato: il risultato sarebbe comunque assai risicato. Ecco allora il secondo insegnamento per entrambi i «poli», ben prepararsi a questa sfida decisiva. Senza affidare tutto alla caciara e alla radicalizzazione degli schieramenti.

La prima sfida è per il governo, che giustamente non ha posto, come dieci anni fa, sul referendum una questione di fiducia, ma è sfidato sul fare, sul lavoro concreto, sui tanti dossier che si accumulano. È finito il tempo dei massimi sistemi e dunque deve operare, sia pure in un contesto internazionale ed economico molto, molto complicato. Certo c’è la prospettiva del record di durata, ma emerge con evidenza anche la questione dell’adeguatezza di diversi componenti, che rischia di appesantire la corsa, proprio in vista del rush finale.

L’opposizione ha vinto la partita giocando in difesa e ora deve trovare le ragioni e le modalità di una proposta in positivo, oltre che di una organizzazione interna e di una leadership adeguata alla sfida ormai imminente. Una delle poche verità su cui le parte hanno dovuto concordare nonostante settimana di strepiti è che non si è votato su una riforma della giustizia, ma dell’assetto della magistratura. Gli enormi problemi della giustizia in Italia, su cui tutti hanno convenuto, sono tutti chiari. Lavorare per risolverli resta una grande priorità. Per tutti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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