Opinioni

Referendum, Giorgia Meloni al bivio: esporsi o rischiare

Il calcolo tattico che la premier è chiamata a fare è di quelli che possono determinare una brillante carriera ai vertici della politica
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

La premier Giorgia Meloni e il guardasigilli Carlo Nordio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni e il guardasigilli Carlo Nordio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Manca meno di un mese ormai al referendum sulla riforma della giustizia, e al centrodestra spetta il compito di raddrizzare la tendenza dell’elettorato che, stando ai sondaggi degli ultimi giorni, vede passato in vantaggio il «no» sostenuto dalle opposizioni e dall’ANM.

Amara considerazione per i capi della coalizione di governo: il loro fronte, quello del sostegno alla separazione delle carriere dei magistrati, solo poche settimane fa aveva un vantaggio così netto da far sembrare il referendum una passeggiata verso la vittoria con un governo che rifiuta la «politicizzazione» della prova per non cadere nello stesso errore che portò Matteo Renzi alle dimissioni dopo la bocciatura della sua riforma costituzionale – ma che naturalmente sarebbe pronto a incassare il proprio rafforzamento dovuto al prevalere del «sì»: e lo considererebbe una sorta di prova generale sulle politiche dell’anno prossimo.

E invece inaspettatamente deve fare i conti con una situazione non programmata. Dimostrazione della veridicità dei sondaggi? Il fatto che i partner comincino a rimproverarsi a vicenda di non fare abbastanza campagna elettorale, ed è il caso delle critiche ascoltate ieri in casa di Forza Italia nei confronti di Salvini e della Lega. Ora il problema fondamentale riguarda proprio la premier. Si era tirata fuori prudentemente («qualunque risultato avrà il referendum il governo va avanti fino alla fine della legislatura») ma ora sa che è lei l’unica in grado di cambiare gli umori dell’elettorato.

La sua abilità oratoria, la presa sull’elettorato, la capacità di spingere i suoi ad andare a votare facendo salire una partecipazione che potrebbe garantire il risultato, tutto questo marcia a favore di un impegno diretto di Giorgia Meloni. Un impegno che dovrebbe andare molto al di là dei due o tre video che ha diffuso per stigmatizzare le recenti decisioni della magistratura, anche perché sono vicende che possono tramutarsi in un boomerang come è il caso del poliziotto di Rogoredo che il capo della polizia chiama direttamente «un delinquente» ma che il centrodestra aveva difeso compattamente dall’accusa di omicidio volontario dello spacciatore.

Insomma, Meloni dovrebbe fare molto di più. Però correrebbe un rischio molto serio: se la disposizione dell’elettorato non cambiasse a sufficienza, una sconfitta potrebbe essere sì propedeutica alle elezioni politiche dell’anno prossimo, ma in senso negativo. È un rischio molto alto che Meloni dovrà calcolare bene. Se non si impegna rischia di perdere ma nessuno le chiederà di dimettersi; se si impegna e perde, allora sì che il quadro potrebbe complicarsi.

Del resto lo avevamo già scritto e avvertito da queste colonne: è vano illudersi che possa non politicizzarsi un referendum su una riforma costituzionale delicata come la amministrazione della giustizia dopo decenni di polemiche e di scontri tra i politici e i giudici. L’esperienza ce lo dice: viene un momento nel quale c’è il corpo a corpo. Non abbiamo dubbi su cosa stia consigliando a Meloni il suo carattere battagliero. Ma il calcolo tattico che le sta davanti è di quelli che possono determinare una brillante carriera ai vertici della politica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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