Opinioni

Il vero valore economico del Rearm Europe

Gli 800 miliardi citati da von der Leyen sono solo una soglia teorica: meglio fare un’analisi più approfondita di rischi, soglie e possibili benefici
Paolo Panteghini

Paolo Panteghini

Editorialista

Militari di una missione europea - European defence agency
Militari di una missione europea - European defence agency

Reduci dal voto dell’Europarlamento sul progetto ReArm Eu, che ha visto spaccarsi sia la maggioranza di governo sia le opposizioni italiane, è necessario fare chiarezza sui numeri e sulle conseguenze di questo provvedimento. ​​​​​​  Stando a molti giornali, il piano prevede un aumento di 800 miliardi di spesa militare nell’Unione Europea (Ue). Il messaggio è tuttavia fuorviante. Per comprenderlo, esaminiamo al riguardo le dichiarazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Il piano si regge su due pilastri. Il primo mira a finanziare (fino a un massimo complessivo di 150 miliardi) i membri Ue che vogliano investire in difesa. Ergo, ogni Paese potrà decidere se indebitarsi e fino a che punto. Ovviamente, chi ha conti pubblici in forte tensione, come l’Italia, dovrà pensarci bene, prima di assumere nuove risorse. Essendo a prestito, queste risorse dovranno essere restituite e comporteranno il versamento d’interessi.

Il secondo pilatro consiste nella temporanea sospensione del Patto di Stabilità e Crescita (3% del rapporto deficit/Pil) per quattro anni. Von der Leyen dichiara come questa flessibilità possa consentire ai membri Ue di aumentare le spese per la difesa senza essere soggette ad alcuna procedura d’infrazione. La presidente aggiunge che «ad esempio, se gli Stati membri aumentassero la spesa per la difesa dell’1,5% del Pil in media, si potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650 miliardi di euro in quattro anni». Pertanto, sommando 150 a 650 otteniamo una cifra di 800: una soglia, non un impegno di spesa, che non verrà raggiunta per diversi motivi.

Troppi sono i problemi dei membri per sfruttare al massimo queste risorse, date le condizioni economiche e lo stato malfermo dei conti pubblici. Si tenga peraltro conto che la cifra complessiva europea è già di 326 miliardi (fonte: Agenzia europea per la difesa): più della Cina e quasi tre volte quella russa.

Ma allora qual è l’importanza di ReArm Europe? Molto semplice: la sua approvazione è un primo passo verso la difesa europea, sebbene vi siano numerosi problemi da affrontare prima di raggiungere l’obiettivo. Fra questi, vi è il diritto di veto. Attualmente, basta infatti che un solo membro Ue sia contrario per bloccare o ritardare la realizzazione d’importanti progetti comuni (non solo il ReArm).

Una seconda questione riguarda l’attuale frammentazione delle politiche industriali nazionali. Oggi, nel nostro continente, vi è un vero e proprio «spezzatino» della produzione per la difesa. In tale contesto, inoltre, gran parte degli stati favorisce i propri produttori negli appalti. Con buona pace per la cooperazione.

Tuttavia, le prospettive del progetto sono decisamente incoraggianti. Il Cifrel (centro a cui collabora anche il Dipartimento di Economia e management della nostra università) ha stimato che un’azione comune per il dispiegamento delle truppe potrebbe far risparmiare fino a 32 miliardi di euro all’anno, mentre una spesa comune per l’acquisto di equipaggiamenti militari potrebbe generare risparmi fino a 13 miliardi di euro, pur mantenendo elevati i benefici derivanti da Ricerca e Sviluppo. Inoltre, se, come propone il Cifrel, il 25% della spesa per appalti fosse gestita non dai singoli stati ma dall’Ue, si avrebbe un ulteriore risparmio di 2,7 miliardi.

Insomma, il progetto di una difesa comune non può essere semplicisticamente considerato come un riarmo, perché richiede una profonda revisione dei rapporti nell’Ue. Resta il fatto che, se si realizzasse questo obiettivo, i benefici economici (poco meno di 60 miliardi annui) sarebbero estremamente significativi. Per non parlare di quelli politici.

Paolo Panteghini, docente di Scienza delle finanze, Università degli Studi di Brescia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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