Opinioni

Quando i delitti diminuiscono ma la paura cresce

Le opportune riflessioni sul divario fra sicurezza reale e insicurezza percepita richiedono un approccio multifattoriale e un’analisi multidimensionale
Un ladro in azione
Un ladro in azione
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Tu chiamale, se vuoi, percezioni... Ma non c’è fact-checking che tenga per smentirle in tutta la loro accuratezza e portata. Perché, per parafrasare in questo caso «Per un pugno di dollari», quando l’uomo che si basa sui fatti incontra l’uomo dominato dalle percezioni, il primo è nettamente sconfitto.

Succede anche a Brescia, specchio di una tendenza che caratterizza da tempo le aree urbane, permanendo alla stregua di una certezza granitica anche quando i numeri e la realtà dicono altro. I dati del Ministero dell’Interno sulla delittuosità e il complesso dei reati nella provincia bresciana restituiscono infatti un trend decrescente.

Nel 2014 il totale delle denunce oltrepassava quota 56mila, mentre nel 2024 supera di poco le 44mila unità. Tra le 56.037 denunce raccolte nel 2014 e le 44.232 del 2024 lo scarto ammonta a 11.805 denunce, che in percentuale significa il - 21,1%. A onor del vero, vanno presi in considerazione anche alcuni aspetti ulteriori e certamente non di dettaglio, a partire dalla scelta di determinate persone di non sporgere denuncia per vari motivi; una dimensione che rende il quadro piuttosto complesso. Al suo interno, infatti, alcuni indicatori aumentano – come le estorsioni e i reati informatici –, ma i crimini diminuiscono in termini complessivi, in particolare quelli più comuni. E, dunque, rimane il fatto – per l’appunto – di una riduzione dei reati denunciati; ed è esclusivamente su tale dato che, rispetto a un tema tanto delicato, vale la pena di fare dei ragionamenti.

Le opportune riflessioni sul divario fra sicurezza reale e insicurezza percepita richiedono così un approccio multifattoriale e un’analisi multidimensionale, dalle scienze sociali alle neuroscienze. Per quello che ci concerne, uno sguardo sociologico evidenzia i seguenti nodi. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al dilagare della rilevanza della questione della safety, la sicurezza personale, collegata all’esplosione dei processi di ipersoggettivizzazione, a causa dei quali il parametro di giudizio fondamentale coincide in maniera esclusiva con quello individualistico.

Proprio l’essere oggetto di un reato, o vederlo compiuto ai danni di chi popola la nostra sfera di prossimità, diventa il metro sul quale giudicare la gravità complessiva di un contesto e il manifestarsi di condizioni di insicurezza. In una società liquida e precaria, e nell’età dell’ansia (e del solipsismo), la sicurezza personale diventa così il ricettacolo di questioni di altro genere, in primis economico, di disorientamento culturale e religioso, di immaginario collettivo manipolabile attraverso le tecnologie in maniera meno evidente e più subdola. Alle quali la risposta, se soltanto la politica volesse - o lo comprendesse davvero -, non può che andare nella direzione della sicurezza collettiva che investe una molteplicità di piani. Nessuna videosorveglianza per quanto capillare e nessun dispiegamento di Forze dell’ordine risulteranno mai sufficienti a restituire un adeguato senso di sicurezza diffusa.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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