Da Pucci all’Ucraina, la destra è in campagna elettorale permanente

«Tanti nemici, tanto onore», sono soliti dire in una certa destra. Una frase dalla genealogia tormentata e molto nera (dal comandante lanzichenecco Georg von Frundsberg a Benito Mussolini), che si è rimaterializzata plasticamente in queste ore con la presidente del Consiglio e la maggioranza che assistono a una moltiplicazione esponenziale dei fronti di battaglia. O, per meglio dire, che si danno alacremente e assai proattivamente da fare per incrementare le situazioni di conflitto e aumentare il numero degli avversari, anche se questi ultimi risultano tutti riconducibili de facto a quella che appare come una vera e propria macrocategoria della nemesi antagonistica: ovvero, le famigerate «sinistre».
Giusto per usare le parole più recenti di Giorgia Meloni, la «spaventosa deriva illiberale della sinistra» consumatasi a proposito delle critiche sulla partecipazione sanremese di Andrea Baccan in arte Pucci, il cui (auto)ritiro è stato oggetto, per l’appunto, degli interventi sdegnati dei massimi esponenti istituzionali del destracentro che hanno gridato alla censura.
Prima dello scontro intorno a Pucci, presentato come un campione della «libertà d’espressione», il decreto sicurezza (ennesimo...) veniva descritto come lo scudo per difendere il Paese da «10, 100, mille Askatusuna», senza negare, naturalmente, il dato di fatto del centro sociale torinese quale roccaforte di un ritorno massiccio della violenza politica nelle lotte sociali. E, nondimeno, la strategia comunicativa dell’esecutivo, tra piazze da sedare, minacce ai Giochi olimpici e «sabotaggi» dei treni, punta a raccontare una nazione stritolata da una sorta di ondata anarcoinsurrezionalista e dalla ripresa, sotto altre formule, del terrorismo anni Settanta-Ottanta. E, in men che non si dica, i dirigenti di Fratelli d’Italia riprendono pure la loro battaglia in difesa della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, spacciata anch’essa come una martire della conculcata libertà di pensiero (e di musica).

Una grancassa propagandistica senza soluzione di continuità, edificata sul mix di vittimismo, sindrome dell’assedio – come se le destre non fossero appunto al governo – e voglia di resa dei conti e di battaglia campale finale contro il sinistracentro. Nulla di nuovo sotto il sole, potrebbe sottolineare qualche osservatore: siamo, ancora una volta, dalle parti della campagna elettorale permanente, e la premier Meloni e il suo vice Salvini, da leader populisti dotati di una spiccata attitudine alla comunicazione, si rivelano degli «esemplari» imprenditori della polarizzazione mentre il Paese si incammina a marce forzate sulla strada del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo.
L’avvisaglia, a suo modo, delle elezioni politiche verso le quali i gruppi dirigenti dei partiti correranno sempre più velocemente e affannosamente come lungo un piano inclinato. La narrazione del «Grande accerchiamento» e la sollecitazione delle paure nell’ambito dell’ordine pubblico sono gli evergreen (e pure i riflessi condizionati) di questa destra che siede comodamente al potere, ma è sempre e invariabilmente desiderosa di mostrarsi under dog. E che tende a sfoggiare i muscoli, e a reagire in maniera eccessiva di fronte a ogni attacco. Anche se, in effetti, la scissione di Roberto Vannacci costituisce un problema, al punto da indurre il governo a porre la questione di fiducia alla Camera sul dl Ucraina (che va al voto quest’oggi).
Ma se con la sinistra si minaccia l’offensiva finale, guardando dentro casa – alla destra-destra – la minaccia esistenziale viene considerata letteralmente dietro l’angolo. E il timore di un conflitto elettorale fratricida indotto dalla nuova estrema destra vannacciana sta effettivamente turbando il sonno di Meloni e Salvini...
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