Trescore, oltre l’orrore: educare più che reprimere

C’è l’orrore e lo sgomento quando scopriamo la violenza mortifera di un 13enne che a scuola accoltella un’insegnante forse con l’idea di compiere un’impresa da esibire. Allo stato dei fatti sappiamo ancora troppo poco per dire cosa c’era dietro la maglietta con la scritta «vendetta» oppure sul coltello tenuto in tasca e la pistola scacciacani nello zaino insieme allo smartphone appeso al collo.
Non conosciamo altro che l’esplosione di una violenza tenuta nascosta per chissà quanto, forse abilmente dissimulata, ma con questo arsenale di strumenti offensivi dovremmo chiederci dov’erano gli adulti che stanno negli immediati dintorni della vita giovanile e dov’erano i compagni nei giorni precedenti. Non meraviglia affatto scoprire domani che nessuno si è accorto di nulla e che quella storia voleva essere raccontata come performance da condividere sui social.
Di certo disorienta e confonde questa ipotesi che dà alla violenza agita nelle nuove generazioni poche motivazioni e riduce anche la rappresentazione di una devianza giovanile in crescita. Forse ci impone di pensare a nuove modalità comunicative che i social media producono e favoriscono in una miscela di contenuti che i ragazzi fanno girare con rapidità e senza alcun controllo da parte dei grandi.
I social c’entrano, ovviamente, in tanti aspetti della vita online che i preadolescenti e gli adolescenti, ma anche i bambini vivono ogni giorno. Sono convinto che non vadano santificati, ma non credo nemmeno che siano responsabili di tutto il «male» che attraversa ora lo sviluppo giovanile. Possono diventare il «male» su cui scaricare le colpe e farci intravvedere come unica soluzione la necessità di vietarli con norme sempre più restrittive, quando invece rimane prioritario investire in prevenzione precoce e in educazione digitale.
Ogni volta che accadono fatti gravi come questo, si punta invece sul valore repressivo delle azioni e si leggono le storie come quelle di una categoria generica, i giovani, in cui scompaiono le individualità e gli eventi personali, i vissuti soggettivi o i comportamenti devianti dei singoli.

Ciò che è accaduto a Trescore Balneario penso richieda con urgenza di vedere in quale complessità oggi avviene la crescita e quanto siano semplicistiche le motivazioni che ci portano di dire «è colpa di...». Spesso serve solo a giustificare la forza della repressione senza prendere in considerazione le reazioni sociali che si producono, la devianza secondaria, i comportamenti reiterati che possono favorire carriere devianti, rinforzate da esperienza di carcerazione o istituzionalizzazione di solito senza alcuna progettualità educativa.
Dovremmo invece occuparci e preoccuparci di quella povertà educativa che è in continua crescita e tentare almeno una contro-narrazione utile a farci trovare contro-parole da utilizzare in un progetto educativo rinnovato.
Giuseppe Maiolo, psicoanalista, Università di Trento
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