Papa Francesco, Netanyahu e la leadership ormai perduta

La teatralità del potere politico si manifesta in diversi modi. Per essere tale ed essere esercitato, questo potere ha bisogno di mostrarsi. Così anche quello spirituale: l’estremo saluto al Pontefice è un momento nel quale si manifesta
Papa Francesco insieme al presidente israeliano Netanyahu - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Francesco insieme al presidente israeliano Netanyahu - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La teatralità del potere si manifesta in molteplici modi. Una necessità politica che è divenuta un fatto metastorico. Per enfatizzare la sua magnificenza e grandezza assoluta Luigi XIV aveva fatto installare il suo trono d’argento massiccio in fondo alla grande Galleria degli Specchi di Versailles, luogo sì di ricevimento, ma anche di spettacolo.

Il potere, per essere tale, per avere legittimazione ed essere nel contempo esercitato aveva il bisogno di mostrarsi. A ciò serviva anche la Sedia gestatoria, il trono mobile sul quale il Papa si faceva trasportare per essere meglio visto dai fedeli. Almeno fino al pontificato di Giovanni Paolo II quando fu abolita.

Ma oltre alle incoronazioni, ai matrimoni, anche l’estremo saluto è un momento nel quale il potere si manifesta. Un potere che può essere temporale, come nel caso dei sovrani e che dell’estremo saluto aveva bisogno poiché, come scriveva Saint Simon un re all’apogeo della potenza non deve dimenticare che la sua corona è un fedecommesso, non gli appartiene in proprio, ma ricevuta dai padri a titolo provvisorio e non in libera eredità.

Ecco dunque che il trono non sarà mai vacante, poiché il diritto ritorna alla Nazione e quindi prende pienezza il motto: il Re è morto. Viva il Re! E la partecipazione del popolo era necessaria affinché testimoniasse il passaggio del potere.

Ma anche nel caso del potere spirituale le esequie assumono una importanza capitale, a rafforzamento della fede e della comunità spirituale, chiamata a condividere idealmente, attraverso la sua unione, uno dei momenti più delicati della transizione: quello della Sede vacante.

La dipartita di un Pontefice, in quanto Capo di Stato e guida di una comunità ecclesiale, è anche un momento politico-diplomatico molto sentito e sensibile, utilizzato per scopi di propaganda interna, così come è asservito alle dinamiche della politica internazionale.

Così se il Presidente argentino Milei, meno di due anni fa definiva Bergoglio il rappresentante del maligno sulla Terra, per poi dichiarare una settimana di lutto nazionale, a fini meramente di politica interna, Vladimir Putin si è affrettato a inviare le proprie condoglianze, tentando di reinserirsi in un agone internazionale a lui legittimamente ostile, definendo Francesco «un grande difensore della giustizia e dell’umanità», sorvolando sul biasimo che ebbe nei confronti dell’invasione dell’Ucraina, una «inaccettabile aggressione armata», come la ebbe a definire.

Di altro avviso, ma sempre strumentale all’uso politico delle esequie del Papa è stato il governo Netanyahu che, con un gesto tanto insolente quanto privo di pietas umana, ha dato l’ordine di cancellare i post ufficiali di cordoglio per la scomparsa del Pontefice, emanando una direttiva che imponeva ai suoi rappresentanti diplomatici di non firmare libri di condoglianze presso le Nunziature apostoliche.

Un atto che ha inteso rimarcare la profonda ostilità nei confronti delle prese di posizione che questo Pontificato ha avuto nell’ultimo anno e mezzo verso Gaza e la sua popolazione, nella sua richiesta di indagare se ciò che si stava compiendo si potesse inquadrare nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali di «genocidio»; nella sua vicinanza alle altrettanto martoriate comunità cristiane.

Questa testimoniata dalle sue telefonate quotidiane a Padre Romanelli, Parroco della Sacra Famiglia a Zaytoun, quartiere sud-occidentale di Gaza City, gruppo tra i gruppi colpiti, non solo dalla ferocia della guerra, ma da un clima che si è fatto situazione estremamente ostile verso i Cristiani in Medio Oriente: dall’Iraq all’Egitto, passando per la Siria ed il Libano.

Un problema drammatico, spesso dimenticato, che dall’abbattimento del regime di Saddam Hussein nel 2003, poi con le rivolte arabe e infine con l’ascesa dello Stato Islamico, ha compromesso la presenza cristiana nell’area.

Per Netanyahu a nulla sono valsi i molti accorati appelli del Papa per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, né la denuncia, costante e ripetuta del crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo, preoccupazione ribadita anche nel suo ultimo messaggio Urbi et Orbi la domenica di Pasqua e che richiamava con forza la posizione già assunta durante il Giorno della Memoria, nel 2016, con la sua visita ad Auschwitz, quando evocò «le sofferenze e le lacrime delle vittime della Shoah», facendo riecheggiare, forte e determinato, il monito «Mai più!”, nel solco di ciò che aveva avuto il coraggio di urlare, sebbene con la sua flebile voce, Papa Paolo VI: «Jamais plus la guerre!».

Un appello ancora inascoltato, condensato in tutta la sua acrimonia in uno sterile comunicato ministeriale di ritiro delle condoglianze per la morte di un seminatore di Pace. Al quale però oggi ha fatto seguito l’annuncio della presenza dell’Ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede Yaron Sideman ai funerali previsti sabato.

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