«PosTim» non è solo finanza, c’è una visione strategica

L’hanno battezzata PosTim e al di là del nome non proprio fantasioso, la nuova società potrebbe diventare una struttura strategica per l’Italia sul versante nevralgico delle comunicazioni e del traffico dei dati.
Quando è stata presentata, il 22 marzo, l'operazione di unione fra Poste italiane e Tim, ha avuto solo qualche giorno di attenzione, giusto il tempo perché i mercati sottolineassero che a fare il gioco erano le Poste, mentre Tim avrebbe ceduto tutto fino a scomparire dal listino della Borsa. Poi il blocco di Hormuz sul fronte internazionale e le ricadute del referendum su quello interno, hanno fatto passare in secondo piano l'argomento.
Ma il progetto continua il suo iter: Poste italiane ha presentato in questi giorni i prospetti di acquisto e scambio sia alla Consob che a Banca d'Italia. Poste italiane incorpora Tim per far nascere una struttura nazionale solida e unitaria, in grado di competere a livello globale. E per una volta non sarà solo una manovra finanziaria, ma fondata su una visione strategica. Il piano di unione di Poste e Telefoni si è immediatamente prestato a valutazioni divergenti, soprattutto fra chi lo giudica guardando al passato e chi lo immagina rivolto al futuro.
Chi guarda al passato sottolinea la parabola zigzagante di Tim, a cominciare dalla privatizzazione, quando nel 1997 il ministero del Tesoro, dopo anni di monopolio, decise di uscire totalmente dal capitale di quella che allora si chiamava Stet e che poi sarebbe diventata Telecom. Da allora si sono susseguite manovre finanziarie in serie, passaggi di mano, continui cambiamenti di manager con relativi piani di rilancio quasi sempre rimasti lettera morta. Nel '97 il Governo Prodi decise di vendere totalmente l'azienda, mentre in tutta Europa le società di telecomunicazioni rimanevano monopolio, o comunque sotto i controllo dello Stato.

Eni e Enel rimasero sotto il controllo pubblico, ma i telefoni erano considerati ormai terreno utile per il libero mercato. Il Tesoro sperava di trovare un «nocciolo duro» di imprenditori cui affidare il testimone, trovò solo un «nocciolino» creato di malavoglia dalla Ifil degli Agnelli, Mediobanca di Cuccia, Credit e Comit. Due anni dopo arrivò l'Opa dei «Capitani coraggiosi» – ricordate Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti? – che scaricarono il costo dell'operazione sui bilanci della società. Il Governo D'Alema li appoggiò.
Due anni dopo, altra manovra: Governo Berlusconi, in campo la Pirelli di Tronchetti Provera, i Benetton, Intesa-Sanpaolo e Unicredit. Le puntate successive si sono intrecciate con Rupert Murdoch, Telco, la spagnola Telefonica, la francese Vivendi. Solo negli ultimi due-tre anni la Tim ha cominciato a rimettere ordine nei suoi piani. E ora si torna da capo, con la mano pubblica che riprende le redini. Anche se finora il Governo è stato abbottonatissimo sull'intera operazione.

Oggi Tim è una società con 19 milioni di utenti solo per smartphone e mobile, ha 13,7 miliardi di euro di fatturato e 519 milioni di utile. Il 27,3% del suo capitale è già nelle mani di Poste, mentre il 42,45% è di investitori istituzionali esteri, il 5,10% del fondo BlackRock, il 19,70% di altri investitori. Poste italiane invece è per il 35% in mano a Cassa depositi e prestiti, il 29,26% è del Ministero di economia e finanza, il 23,36% di investitori istituzionali e solo l'11,46% di investitori privati. È quindi in salde mani pubbliche e gode di buona salute perché ha oltre 13 miliardi di fatturato e un utile netto di 2,2 miliardi di euro.
Poste si prende Tim con un'offerta pubblica di acquisto e scambio da 10,8 miliardi. Anche restando così le cose, quel che nasce è un gruppo da 27 miliardi di ricavi. L'unione è l'approdo di un cammino «naturalmente convergente» che entrambi, Poste e Tim, stanno facendo da mesi. Con Tim, Poste intende creare una piattaforma nazionale per l'intelligenza artificiale. L'obiettivo è di allestire una piattaforma integrata di servizi finanziari, logistici, digitali e di telecomunicazione, soprattutto per imprese e pubblica amministrazione.
Sotto il controllo pubblico nazionale passano la rete fissa e la rete mobile, cloud e data center, reti commerciali fisiche e digitali, servizi digitali e di cybersecurity. Si compatta e si organizza un intero settore nazionale, rendendo l'Italia competitiva a livello europeo. E rendendo possibile – auspicabile – uno dei pilastri dell'Agenda di Mario Draghi per il futuro dell'Unione europea, la creazione di «soggetti paneuropei» con alleanze fra strutture di diversi Stati. Ancora più indispensabili, queste unioni, per reggere la sfida delle nuove tecnologie.
Nel 1997, sull'onda di una deregulation montante e della globalizzazione all'orizzonte, l'Italia cancellò il Ministero delle Poste e telecomunicazioni ritenendolo ormai superato, oggi ci si accorge che i traffico di dati è l'asset più importante per uno Stato, e quanto sarebbe utile istituire un vero Ministero del digitale.
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