Tutti i fronti aperti dal bellicismo israeliano

Gli Houthi rappresentano il terzo fronte per Netanyahu, con quello di Gaza e del Libano di Hezbollah. Resta poi aperto lo scenario con l’Iran
Benjamin Netanyahu - Foto Epa/Jack Guez © www.giornaledibrescia.it
Benjamin Netanyahu - Foto Epa/Jack Guez © www.giornaledibrescia.it
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Nessun altro Stretto al mondo porta inscritta nella sua denominazione una storia tanto drammatica quanto quello yemenita di Bab el-Mandeb. Un angusto passaggio di appena 32 chilometri tra la Penisola arabica e il Corno d’Africa che, nel corso dei secoli ha accumulato una straordinaria stratificazione di nomi, ognuno dei quali riflette la percezione, i timori e le ambizioni delle diverse civiltà che vi si sono affacciate, ma anche l’importanza strategica per i commerci e le rotte marittime che rappresentava. I Romani lo conoscevano come «le fauci del Mar Rosso», sottolineando con quel termine la pericolosità per le navi di passaggio, inghiottite dalle onde.

Per i Portoghesi del XVI secolo era la Tavola delle Porte dello Stretto, attribuendo a quello spazio liquido anche una valenza militare. Le Porte erano concepite come ingressi di fortezze naturali, da controllare per dominare il commercio e pertanto, come quelle di una fortezza, andavano difese. Per gli arabi era e rimane la Porta delle lacrime, in riferimento a quelle versate dai familiari dei marinai che persero la vita nelle sue acque. Una storia legata alla sofferenza e al danaro, a causa della sua posizione strategica, aumentata notevolmente da quando nel 1869 l’apertura del Canale di Suez consentì per la prima volta collegamenti diretti attraverso il Mar Rosso tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, dimezzando i tempi di trasporto tra l’Europa e l’Oriente.

Forze israeliane armate - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Forze israeliane armate - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Oggi il linguaggio geopolitico contemporaneo ha generato nuove denominazioni funzionali che riflettono la sua importanza strategica, come quello di global chokepoint, o di passaggio energetico critico, stante a rimarcare che da lì transitano oggi 10% del commercio marittimo globale di petrolio e il 30% dei container. Dati dei quali il gruppo islamista sciita degli Ansar Allah, meglio conosciuto come gli Houthi, ne percepisce appieno la valenza e nell’ultimo decennio è riuscito a esercitare un controllo strategico indiretto sullo Stretto, grazie alla capacità di imporre non solo una minaccia credibile al transito mercantile mediante l’impiego di missili antinave, droni e mine, ma rendendo questa proiezione di potenza uno strumento politico contro Israele e i suoi alleati.

Affiliati ad Hamas, gli Houthi rappresentano il terzo fronte per Israele, con quello di Gaza e del Libano di Hezbollah. Dopo aver lanciato negli ultimi mesi diversi attacchi, Netanyahu ha deciso di agire in profondità bombardando la capitale yemenita Sanaa. Un’operazione che risponde a una logica di logoramento delle capacità offensive del Gruppo, con l’obiettivo dichiarato di rallentare l’assemblaggio e il dispiegamento di missili e droni, colpendo il cuore della logistica degli Houthi, che tuttavia continuano a dimostrare una resilienza strutturale non comune.

Se infatti l’azione israeliana, oltre ad una dimostrazione muscolare tesa a ribadire la capacità di colpire il nemico in profondità è stata più propagandistica che militarmente efficace, gli effetti dell’azione sul breve e medio periodo si potrebbero riverberare proprio contro lo Stato ebraico e la comunità internazionale. Dal punto di vista operativo per Israele emerge il rischio di un eccessivo impegno bellico, soprattutto considerando il coinvolgimento simultaneo nella conquista di Gaza City, nell’espansione delle colonie in Cisgiordania, che richiederanno forme di protezione militare ai coloni, e nelle pressioni sul governo di Beirut affinché disarmi Hezbollah.

Resta poi aperto lo scenario strategico più pericoloso, quello con l’Iran, che si considera ancora in stato di guerra. Gli attacchi aerei a una distanza superiore ai 1.500 km necessitano di operazioni complesse di intelligence, sorveglianza e ricognizione, oltre a rifornimenti in volo che aumentano significativamente i costi e la complessità logistica. Se il movimento yemenita riuscisse comunque a mantenere anche solo un ritmo ridotto di attacchi che abbiano valore simbolico e di messaggio politico verso il territorio israeliano e verso le navi dei suoi alleati, il calcolo strategico diverrebbe sempre meno favorevole per Gerusalemme.

Inoltre i bombardamenti rischiano di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: invece di indebolire gli Houthi ne rafforzano la legittimazione interna e regionale, e con esso rivitalizzano il fronte della «resistenza», che Netanyahu non ha completamente scardinato. Per Teheran il sostegno al movimento yemenita resta una strategia a basso costo ma ad alto rendimento, capace di esercitare pressione su Israele e sulle rotte marittime globali senza esporsi a un confronto diretto. Si delinea così una spirale di azioni e ritorsioni che, anche qualora emergessero tregue parziali con Washington, difficilmente potranno eliminare la minaccia.

La persistenza dei rischi marittimi nel Mar Rosso si traduce in costi aggiuntivi per i settori più dipendenti dalle rotte asiatiche, con particolare impatto sui tempi di approvvigionamento e sui margini di profittabilità e quindi sulle economie europee. L’azione su Sanaa illustra ancora una volta la complessità dei conflitti asimmetrici contemporanei, dove la superiorità tecnologica si scontra con la resilienza strutturale di attori non-statuali profondamente radicati nel territorio. La stabilizzazione del quadrante yemenita richiede approcci integrati che combinino deterrenza militare, incentivi economici e iniziative diplomatiche coordinate. Solo così la Porta delle lacrime potrà tornare ad essere un elemento di congiunzione e di sviluppo commerciale. Anche per lo Yemen in cerca di stabilità e di ricostruzione.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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