Pippo Baudo, maestro pop della tv che reinventava la tradizione

«Uomo Rai» come pochi altri, non ha risparmiato critiche né polemiche quando era necessario. Il suo modo di fare conduzione è stato innovativo: l’uso di un linguaggio chiaro che non rinunciava tuttavia a contenuti pedagogici
Pippo Baudo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Pippo Baudo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La tradizione e la televisione. Ma con un’incessante capacità di reinventare la prima che, nel suo caso, coincideva con il varietà. Questi erano i due pilastri dell’attività di Pippo Baudo. E il conduttore ne era la diretta incarnazione, rendendo difficile in questi giorni in cui se ne piange la scomparsa individuare il bandolo della matassa da dipanare per ricordare il suo ruolo strutturale nella tv italiana. E, in senso più generale (ed «epocale»), nel ’900 di questo nostro Paese, dove – come ha ribadito Aldo Grasso – ha rappresentato «il massimo esponente dell’ideologia nazional-popolare» (formula cucitagli addosso con intenti polemici dall’allora presidente della Rai Enrico Manca, ma divenuta suo abito sartoriale su misura).

Mentre si sente invocare sovente a sproposito questa categoria insieme a quella di egemonia culturale, esse risultano invece legittimamente e a pieno titolo applicabili alla figura del conduttore per eccellenza che ha dominato la televisione pubblica per un lungo scorcio (e oltre) del Secolo breve. «Uomo Rai» come pochi altri per la sua identificazione totale col servizio pubblico, non ha risparmiato critiche né polemiche, in alcune fasi, con chi la dirigeva, per venire quasi sempre riaccolto come il figliol prodigo in virtù della sua simbiosi con il pubblico (e dei numeri dell’audience che, pressoché immancabilmente, riusciva a raccogliere).

Col passare del tempo, la sua modalità di fare conduzione si è rivelata fortemente innovativa e «totale»: una preparazione metodica e attenta fino all’ultimo dei dettagli, l’individuazione del ritmo e degli stessi stacchi durante la trasmissione, un physique du rôle che faceva la differenza, la scelta di un linguaggio diretto e chiaro per il pubblico, ma che non rinunciava – in coerenza con il paradigma televisivo di cui si sentiva figlio – a inserire qualche contenuto «pedagogico» e a svolgere un intrattenimento di qualità. Baudo era, giustappunto, il dominus assoluto di questo format e macchina dello spettacolo che ha elaborato in prima persona e portato con sé nelle varie «grandi imprese» in cui si è cimentato, da Domenica In al Festival di Sanremo.

Pippo Baudo con Roberto Benigni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Pippo Baudo con Roberto Benigni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un filo rosso descrivibile, giustappunto, nei termini della riattualizzazione e reinvenzione continue del grande lascito del genere del varietà, nel quale Baudo ha dato il meglio di sé nel corso di una carriera favolosa. E dire, come aveva ricordato a più riprese, che a fare il presentatore era arrivato praticamente per caso, perché quella fu la tipologia di provino che gli andò bene quando arrivò a Roma; e, in seguito, nel 1966, a causa del mancato arrivo della copia doppiata del telefilm Rin Tin Tin, in assenza di alternative la dirigenza si ritrovò «obbligata» a far trasmettere il suo programma Settevoci, di cui avevano rigettato le puntate di prova, e che si trasformò invece in un successo di pubblico subito dopo la prima messa in onda.

Da allora, seppure con alcuni errori di percorso (in primis, l’assai deludente e problematico passaggio a Fininvest nel 1987), la sua carriera prese il largo senza più fermarsi, facendosi specchio di un Paese, di varie epoche, di una popolazione. Un po’ come quella Democrazia cristiana a cui era legato, e di cui riproponeva vari stilemi e connotati nel modo di fare televisione, ma dalla quale seppe anche essere indipendente, senza risparmiarsi alcuni scontri. E producendo senza sosta un modello di intrattenimento garbato, lontano dai lidi insultanti, iperconflittuali e polarizzanti di questi ultimi anni, di cui non si può che lamentare la mancanza e nutrire una certa nostalgia...

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