Opinioni

Pippo Baudo, maestro pop della tv che reinventava la tradizione

«Uomo Rai» come pochi altri, non ha risparmiato critiche né polemiche quando era necessario. Il suo modo di fare conduzione è stato innovativo: l’uso di un linguaggio chiaro che non rinunciava tuttavia a contenuti pedagogici
Pippo Baudo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Pippo Baudo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La tradizione e la televisione. Ma con un’incessante capacità di reinventare la prima che, nel suo caso, coincideva con il varietà. Questi erano i due pilastri dell’attività di Pippo Baudo. E il conduttore ne era la diretta incarnazione, rendendo difficile in questi giorni in cui se ne piange la scomparsa individuare il bandolo della matassa da dipanare per ricordare il suo ruolo strutturale nella tv italiana. E, in senso più generale (ed «epocale»), nel ’900 di questo nostro Paese, dove – come ha ribadito Aldo Grasso – ha rappresentato «il massimo esponente dell’ideologia nazional-popolare» (formula cucitagli addosso con intenti polemici dall’allora presidente della Rai Enrico Manca, ma divenuta suo abito sartoriale su misura).

Mentre si sente invocare sovente a sproposito questa categoria insieme a quella di egemonia culturale, esse risultano invece legittimamente e a pieno titolo applicabili alla figura del conduttore per eccellenza che ha dominato la televisione pubblica per un lungo scorcio (e oltre) del Secolo breve. «Uomo Rai» come pochi altri per la sua identificazione totale col servizio pubblico, non ha risparmiato critiche né polemiche, in alcune fasi, con chi la dirigeva, per venire quasi sempre riaccolto come il figliol prodigo in virtù della sua simbiosi con il pubblico (e dei numeri dell’audience che, pressoché immancabilmente, riusciva a raccogliere).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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