Anche quest’anno la festa del 25 Aprile è stata, più che mai, funestata da polemiche e scontri. Invece, dovrebbe essere la ricorrenza di tutti, il momento in cui l’Italia si riconosce in un’identità comune nata dalle ceneri del conflitto. A oltre ottant’anni dalla caduta del fascismo, la realtà smentisce l’auspicio. Il 25 Aprile resta un campo di battaglia, una fonte di aspri contrasti che sembrano col passare del tempo esacerbarsi, anziché sfumare nel solenne ricordo storico. Chiediamoci, senza ipocriti infingimenti e con onestà intellettuale, perché questa ricorrenza mantenga una carica così divisiva.
Ogni nuovo regime politico, al momento di imporsi, necessita di trovare una legittimazione. Non può che trovarla nel suo passato, nella battaglia che ha condotto per superare un ordine politico, ritenuto non più accettabile. Spesso individua un evento, una data che simboleggi la necessità e la validità della svolta politica attuata, elevandolo a festa nazionale. Gli Stati Uniti hanno scelto li 4 luglio 1776 come data simbolica della nascita del loro ordine democratico; la Francia il 14 luglio 1789, data rivoluzionaria della presa della Bastiglia; l’Italia il 25 aprile, giorno della liberazione dal nazi-fascismo. Perché tali date diventino pilastri della memoria collettiva, hanno bisogno, però, di offrirsi come un orizzonte identitario inclusivo, non conflittuale. Da noi, questo processo si è inceppato quasi subito, a causa di ragioni storiche sia internazionali che interne.




