Opinioni

Perché difendere la Corte penale internazionale

È al centro di una campagna di delegittimazione senza precedenti
Paolo Valenti

Paolo Valenti

Editorialista

Una vista esterna della Corte penale internazionale © www.giornaledibrescia.it
Una vista esterna della Corte penale internazionale © www.giornaledibrescia.it

La Corte Penale Internazionale è al centro di una centro di una campagna di delegittimazione senza precedenti, e con lei l’intero sistema di norme e meccanismi pensati per garantire la convivenza pacifica tra i popoli e perseguire chi la viola con i peggiori crimini. Lo dimostrano le inedite sanzioni imposte dall’amministrazione Trump, ma anche le recenti prese di posizione di membri di spicco del nostro governo che, già impegnati da giorni a scaricare sui giudici dell’Aia la responsabilità del disastroso caso Almasri, non hanno esitato a cavalcare l’onda. Così, alla mancata firma della dichiarazione congiunta di 79 Stati contro le sanzioni si sono aggiunte le parole dei vicepremier Salvini e Tajani, secondo cui la Corte andrebbe non solo «messa in discussione», ma addirittura «indagata».

È il rinnegamento della postura di fermo sostegno alla legalità internazionale che dal dopoguerra contraddistingue l’Italia, che non a caso nel 1998 ospitò a Roma proprio la conferenza d’istituzione della Corte. Eppure constatiamo da un lato l’indifferenza, quando non l’adesione, che questi attacchi incontrano in gran parte dell’opzione pubblica. Dall’altro – e i due aspetti sono legati – la difficoltà, da parte di chi invece crede nel diritto internazionale, a contrapporre una narrazione convincente che vada oltre il richiamo a un dovere quasi dogmatico di rispettare i trattati e gli organi.

L’adesione al diritto internazionale non è un dogma, è una scelta. E se quella scelta viene messa in discussione, spetta a chi vuole difenderla riaffermarne, e forse ancor prima riscoprine le motivazioni. Ricordare, per esempio, che il periodo di (relativa, ma comunque eccezionale rispetto al passato) pace che gran parte del mondo sta vivendo è anche figlio di quelle norme e quegli organi internazionali, che spesso hanno prevenuto o posto fine a violenze e conflitti. È il caso di molte decisioni della Corte internazionale di giustizia, che come la Cpi è sotto attacco per le indagini sul presunto genocidio a Gaza, come quella che nel 1994 ha posto fine alla disputa territoriale tra Libia e Chad. O le indagini della Corte penale in Congo e Uganda, che non solo hanno permesso di mettere in cella gli autori di violenze atroci, ma hanno anche avuto un impatto deterrente sulle parti belligeranti.

La Cpi è sotto attacco per le indagini sul presunto genocidio a Gaza © www.giornaledibrescia.it
La Cpi è sotto attacco per le indagini sul presunto genocidio a Gaza © www.giornaledibrescia.it

Eppure neanche questi argomenti sono sufficienti. Perché in dubbio, oggi, non è tanto l’efficacia della Corte penale, quanto l’idea stessa che un organo «non eletto», come spesso si sottolinea, abbia a ridire sull’operato di governi, invece, «democraticamente eletti» e per questo ritenuti interpreti esclusivi della «volontà popolare». Un’obiezione evidentemente convincente agli occhi di molti, che non va ridicolizzata o elusa, ma presa sul serio e affrontata nel merito.

Come? Affermando che il diritto internazionale e gli organi chiamati a farlo rispettare non sono imposizioni piombate dall’alto, ma anch’essi espressione e interpreti di una volontà democratica: quella delle delegazioni che, su mandato dei governi, hanno negoziato e approvato le convenzioni e quella dei parlamenti che, in nome dei popoli che rappresentano, le hanno ratificate. Certo, è una volontà diversa da quella che si esprime nelle azioni dei governi eletti: meno immediata, meno visibile, meno «muscolare», ma anche più stabile e più rappresentativa, proprio perché cristallizzata in compromessi su princìpi fondamentali in cui non solo la maggioranza del momento, ma tutti i popoli in qualsiasi tempo - almeno questa è l’ambizione - possono riconoscersi: la rinuncia alla violenza, il rispetto dell’integrità territoriale, l'inviolabilità della dignità della persona. Rinnegare le convenzioni e i tribunali internazionali allora non significa solo aprire le porte alla legge del più forte, ma anche tradire la volontà democratica che li ha stabiliti, in nome e per il bene di tutti.

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