Il papa torna al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: non succedeva dai tempi di Giovanni Paolo II. Era l’anno 1982, c’erano ancora il fondatore, don Luigi Giussani, la Democrazia Cristiana, e la guerra fredda. Il pontificato del primo papa non italiano in età moderna esprimeva la visione di un ruolo anche politicamente visibile della chiesa nella società secolarizzata. Quella visione sposava molto bene con l’energica e provocatoria proposta ciellina di una necessaria rivincita dell’Europa della cristianità rispetto alle sconfitte degli anni Settanta, in Italia e non solo: la legalizzazione del divorzio e dell’aborto, le politiche scolastiche laiciste, il dialogo tra cattolici e comunisti.
La CL di oggi è diversa rispetto a quella di allora, percepita come monolitica e unita dietro al fondatore. La mappa ideologica e politica dell’Italia post-prima Repubblica, secolarizzata più di quanto anche a destra non si voglia ammettere, offre meno spazi, dentro a un partito, a un movimento cattolico militante. Gli ultimi anni di CL parlano di una dinamica interna complessa, ma anche più ricca delle caricature. Anche i più antipatizzanti, sia nella politica sia nella chiesa, le riconoscono e invidiano quello che in America si chiama uno staying power, la capacità di resistere nel tempo.
Non è solo frutto di tattiche di sopravvivenza, in cui i ciellini sono maestri. La questione che CL poneva e pone è tornata politicamente rilevante: non più come «questione cattolica», ma cristiana tout court, ovvero come tenere insieme una versione nazionalista delle «radici cristiane d’Europa» e le politiche (immigrazione, difesa, stato sociale) dei governi di destra in Europa. È una questione continentale che non a caso fa parte dei grandi temi del tour europeo che Leone XIV ha iniziato con i viaggi di questa estate: dalla Spagna (giugno) a Lampedusa (luglio) alla Francia (settembre), passando per l’Italia.
Quello di papa Leone è un pontificato diverso in una chiesa diversa da quella di Giovanni Paolo II: meno istituzionale e necessariamente più movimentista, in cui sono diventata merce rara le occasioni per i vescovi (anche quello di Roma) di incontrare folle di giovani. Ma anche il rapporto di Prevost con i movimenti ecclesiali si differenzia da quello dei predecessori: specialmente da quello di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI su cui CL ha costruito la propria stabilità nei rapporti di forza della politica ecclesiastica, in una Chiesa che aveva visto, negli anni della fondazione fino alla fine degli anni Settanta, il gruppo attorno a Giussani come un osservato speciale da tenere sotto controllo.
Prevost ha esaminato da frate, da superiore del suo ordine religioso, e poi da vescovo e cardinale, il potenziale ecclesiopatico dei nuovi gruppi cattolici che sconfinano nel settarismo. La sua esperienza in Perù offre esempi scioccanti. Leone XIV, papa giurista, continua la nuova linea, inaugurata da Francesco, di un maggiore controllo vaticano su gruppi e movimenti – uno degli effetti della crisi degli abusi che negli ultimi anni ha toccato anche queste nuove entità create da personalità carismatiche. La continuità con Francesco è risultata evidente, da gennaio in poi, nei suoi discorsi a focolarini, ai Legionari di Cristo, ai Neocatecumenali: l’invito alle comunità a essere fedeli al loro carisma, al buon governo di sé e a far parte integrante della comunione di tutta la chiesa.

Vedremo cosa dirà Leone XIV al Meeting. Tra agostinismo e visione ciellina della modernità secolare vi sono molti punti di convergenza. In questo frangente, l’incontro tra Leone XIV e CL fa parte della sfida che questo papa ha deciso di affrontare, che consiste nel ristabilire l’unità – specialmente nell’emisfero occidentale – tra diverse concezioni ed esperienze di chiesa, lungo lo spettro compreso tra due estremi: da un lato il cattolicesimo radicalmente post-moderno, deciso alla decostruzione, e dall’altro il neocattolicesimo militante e identitario.
Sarà interessante anche confrontarlo con quanto il capo del governo Giorgia Meloni disse a Rimini lo scorso anno circa il rapporto tra cristianesimo e politica in occidente. Anche papa Prevost crede, a suo modo, a una vocazione particolare del cristianesimo nel mondo occidentale; il suo discorso potrebbe dare segnali anche per una politica dei rapporti tra il governo italiano e il Vaticano del primo papa americano, finora svoltisi in parte all’ombra degli spasmi del trumpismo. Ma sia Meloni sia Leone XIV guardano già oltre Trump.
Massimo Faggioli, docente di Teologia, Villanova University, Philadelphia




