Il pacifismo e le croniche lacune delle forze armate

Secondo il rapporto Censis 2025 solo il 16% degli italiani è disposto a servire il Paese in divisa, il 39% si dice «pacifista» e il 26% preferirebbe appaltare la difesa a professionisti. Il 19% invece diserterebbe
Forze armate a un bivio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Forze armate a un bivio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
AA

L’opposizione dei docenti dell’Ateneo bolognese ad un corso di filosofia per allievi ufficiali dell’Accademia di Modena, per timore di «militarizzazione» dell’Università, ha solo mostrato la punta di un iceberg che da decenni naviga controcorrente alla difesa del Paese.

Il «pacifismo» tout court riemerge ogni qualvolta si accenna a voler migliorare l’assetto della difesa, che lamenta lacune accumulatesi in decenni di sotto finanziamenti, impossibili da recuperare in tempi brevi e senza risorse adeguate: oggi l’investimento reale per la funzione difesa d’Italia è l’1,5% del Pil (magicamente diventato 2 quest’anno perché son state calcolate anche Guardia di Finanza, Capitanerie di porto, pensioni, ecc.).

Non serve raggiungere d’un colpo il 3,5% che chiede la Nato; altri, come Madrid, han già detto che non lo faranno: ma pianificare è necessario, perché l’invasione dell’Ucraina, con lo spaventoso logorio di materiali e il tragico bilancio di vittime, ha solo rivelato che il re è nudo: troppo a lungo, infatti, abbiamo contato sul fatto che lo Zio Sam ci avrebbe protetto.

Di fronte ad accenni di rimodulazione dello strumento militare si levano subito gli scudi di quanti non vogliono né «il riarmo» dell’Italia né «mandare i figli a combattere». Così si grida alla militarizzazione anche per un piano soft del ministro Crosetto, che immagina la creazione di due riserve ciascuna di diecimila unità di volontari: una «logistico-tecnico-informatica» per supportare e alleggerire i reparti operativi che potrebbero così dedicarsi alla funzione principale e una più operativa che potrebbe prevedere una riserva di soldati congedatisi da meno di tre anni.

Fioccano titoli e polemiche sul «ritorno alla leva», ovvero alla coscrizione obbligatoria che nessuno ha mai proposto. Ci si appella all’art. 11 della Costituzione per cui «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» che, però, nella seconda parte, ammette l’ingerenza diretta (anche armata, come è stato per molte missioni Onu e Nato) negli affari altrui, «in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

Ma ci si dimentica l’art. 52: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge.... L'ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica». È per non scontrarsi con tale dettato (non considerato dai più un mantra come l’art. 11), che nel 2004 il servizio di leva fu «sospeso» e non «abrogato». Da notare, semmai, che è l’unico caso in cui i Padri costituenti han definito «sacro» un dovere civico.

Oggi l’Esercito invecchia per mancanza di strumenti che favoriscano il passaggio al civile dei soldati oltre una certa età ed è formato da poco più di 90mila uomini e donne, ovvero meno di Carabinieri e Polizia, che pur in cronica carenza di organico, superano entrambi centomila unità.

E ciò nonostante è chiamato dal 2008 a concorrere all’ordine pubblico con le Operazioni Strade e Stazioni sicure, che, pur con ritorni di immagine per la Forza armata, impegnano settemila volontari tra i più giovani, proprio quelli che dovrebbero invece addestrarsi come soldati.

I 36 anni seguiti alla caduta del Muro hanno consolidato in tre generazioni la convinzione che la guerra non sia un problema reale, con buona pace dell’Ucraina e dell’altra sessantina di conflitti nel mondo. Il Rapporto Censis 2025 lo ha confermato, fotografando la riluttanza degli italiani ad arruolarsi.

Solo il 16% infatti è disposto a servire il Paese in divisa (in realtà tra i maschi la percentuale è un non trascurabile, visti i tempi, 21%). Il 39% si dice «pacifista». Il 26% preferirebbe appaltare la difesa a professionisti e addirittura a mercenari. Il 19% semplicemente diserterebbe.

Ed è quasi stucchevole ogni volta che si parla di Forze armate sentire rappresentanti politici autorevoli invocare il passaggio a un «esercito europeo», oggi mero esercizio retorico, visto che non è possibile costituirlo senza la previa trasformazione in senso statuale federale dell’Unione.

La cultura della difesa, tutt’altra cosa rispetto al militarismo, è da sempre Cenerentola in Italia: basti pensare al «Libro bianco» della Difesa, più volte annunciato da vari ministri, dallo scomparso Spadolini per arrivare sino alla Pinotti, ma mai veramente edito, sostituito da documenti programmatici spesso lacunosi e infarciti di considerazioni strategiche a cui non segue quasi mai una decisione politica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.