Formentini: «Solo il Board of Peace può garantire la pace a Gaza»

Il leghista, vicepresidente della commissione Esteri della Camera: «Non interferisce assolutamente con le Nazioni unite»
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la riunione del Board of Peace del 19 febbraio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la riunione del Board of Peace del 19 febbraio - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il 22 gennaio a Davos in Svizzera, durante il World economic forum, è stato firmato lo statuto del Board of Peace, l’organizzazione internazionale voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Promuovere la stabilità e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti», è questo l’obiettivo del tycoon.

Ma per inquadrare davvero il Board of Peace si deve tenere in considerazione anche quanto è accaduto – e sta accadendo a Gaza –. La volontà di creare un organismo di questo tipo rientra infatti nel più ampio spettro della situazione mediorientale. Proprio la fase due del piano di pace di Trump prevede che possa nascere un consiglio in grado di governare la Striscia e coordinare la ricostruzione della stessa. Attualmente fanno parte del Board of Peace circa un trentina di Paesi: tra questi non c’è l’Italia che attualmente ha solo lo status di osservatore.

Ne abbiamo parlato con Paolo Formentini: il leghista è vicepresidente della commissione Esteri della Camera ed è membro della delegazione italiana dell’Assemblea parlamentare Nato.

  • Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa
    Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
  • Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa
    Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
  • Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa
    Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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    Alcune delle slide con il «piano generale per Gaza» degli Usa - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Partiamo da quello che ha detto il presidente francese Macron, e da quello che pensano in molti: il Board of Peace può interferire con il ruolo che ricoprono ora le Nazioni Unite?

Ho già detto qualcosa in Aula, ma ci tengo a chiarire meglio. Lo scorso novembre è stato approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il mandato per il Board of Peace, che è quindi riconosciuto all’interno della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, come amministrazione transitoria per Gaza. Smentirei categoricamente che sia contro l’Onu o che voglia sostituirla, quando in realtà opera proprio su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. La politica fa anche questo gioco, ma sono state dette delle inesattezze.

A cosa si riferisce?

Tutti inizialmente hanno detto che l’Unione europea non avrebbe partecipato al Board of Peace: i fatti hanno dimostrato che non è stato così. La commissaria per il mediterraneo Dubravka Šuica ha partecipato con status di osservatore in rappresentanza della Commissione. Certo, per assoluta correttezza è giusto dire che alcuni Stati europei non hanno approvato la scelte di essere presenti come Commissione: la Francia e la Spagna hanno criticato molto la scelta. Sono anche i Paesi che hanno criticato apertamente il Board of Peace e infatti hanno deciso di non aderire anche come singoli Stati.

E lei invece perché è favorevole?

Come Lega siamo favorevoli perché per Gaza è l’unica opzione concreta sul tavolo. Ed è soprattutto l’unica opzione concreta che fa seguito alla pace che è stata raggiunta per volontà di Trump, non bisogna mai scordarlo. Questa è la continuazione che ha voluto dare il presidente degli Stati Uniti per ricostruire la Striscia.

Ma allora, onorevole, è vero che l’Onu non serve a nulla...

A mio giudizio è evidente che l’operatività delle Nazioni Unite in questa fase storica non ci sia. L’Onu sta affrontando un’impasse: c’è bisogno di una riforma strutturale. E se vogliamo c’è una prova forte: il fatto che non è il Board of Peace che si sostituisce all’Onu, ma l’Onu che demanda il Board of Peace.

Cosa ne pensa della posizione dell’Italia?

Inizialmente sembrava che l’Italia non potesse aderire a causa dell’articolo 11 della Costituzione (il Paese può aderire a organizzazioni finalizzate alla pace e alla giustizia internazionale, limitando la propria sovranità, ma solamente «in condizioni di parità con gli altri Stati», ndr). Poi però la premier Giorgia Meloni ha confermato la partecipazione come osservatore. Non potevamo starne fuori. Per prima cosa noi viviamo sul Mediterraneo e partecipiamo allo sforzo contro il terrorismo, quindi dobbiamo essere presenti nella deradicalizzazione della Striscia di Gaza. Smilitarizzare il territorio è certamente interesse dei palestinesi, ma anche l’Italia presta attenzione a quanto succede. L’Italia si è impegnata molto per Gaza e deve continuare a farlo.

Poi c’è un grande impegno del nostro Governo per regolamentare i flussi migratori: anche di questo si occuperà il Board of Peace. È tutto necessario per stabilizzare l’area. C’è poi da tenere in considerazione l’importanza del Mar Rosso: lì passa il 40% dell’export dell’Italia e non possiamo permetterci che le tensioni geopolitiche incidano sul nostro commercio. Ricordiamoci che fino a poco tempo fa c’erano gli attacchi degli Huthi. Tutto poi si ricollega all’Imec (il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, ndr): si dovrebbe coinvolgere una nuova, e ci tengo a sottolineare nuova, leadership palestinese. Per tutti questi motivi il Board of Peace rappresenta un’opportunità per l’Italia. Ma dobbiamo anche ricordarci dell’altra faccia della medaglia: allo stesso modo il nostro Paese è fondamentale per il Board of Peace.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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