Orbán e Trump, il doppio choc che cambia la linea di Meloni

Non c’è niente da fare, la politica talvolta va così: affastella una dietro l’altro giornate decisamente negative, come accade ora per il centrodestra italiano e per Giorgia Meloni. Dopo la sconfitta al referendum, la presidente del Consiglio deve dire ciao ad un suo «amico» e alleato, Viktor Orbán sconfitto dall’ex pupillo Magyar.
Una vittoria che piace a Tajani e a Guido Crosetto ma non certo a Meloni e Salvini che per Orbán hanno fatto campagna elettorale. Non solo, la presidente del Consiglio anche di recente si era espressa contro la modifica del voto all’unanimità in Consiglio europeo, un sistema che paralizza l’Unione, proprio nei giorni in cui, grazie a quella modalità di voto, Orbán da solo poteva bloccare il prestito di 90 miliardi a Zelensky e fare così l’ennesimo favore a Putin di cui il presidente ungherese era la quinta colonna in seno al Consiglio. Ebbene Orbán non c’è più e al suo posto emerge la destra europeista che guarda semmai al Partito popolare europeo a trazione tedesca (e di cui Tajani è vicepresidente) e al quale anche la sinistra ungherese ha dovuto cedere il passo pur di allontanare dal potere il teorico della «democratura».
Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro. Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall'opposizione continuerà a servire la sua Nazione. Italia e…
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) April 12, 2026
Seconda scomoda circostanza per Meloni: dover usare la parola «inaccettabile» per bollare anche lei come tutti, a cominciare da Sergio Mattarella, le inaudite parole di offesa al Papa pronunciate da Trump. Parole che Papa Leone ha fatto cadere nel nulla («Non devo fare un dibattito con lui e non ne ho paura»). Proprio pochi giorni fa alla Camera Meloni aveva elencato così precisamente le volte in cui aveva manifestato dissenso dalle prese di posizione dell’inquilino della Casa Bianca, ma ora ha dovuto esprimere la più radicale delle prese di distanza che elimina una volta per tutte dalla scena l’ambizione, già ampiamente mortificata, di fare di Palazzo Chigi il luogo della mediazione tra gli Usa dei Maga e l’Europa: era un’illusione ma ora diventa anche un peso al collo, meglio liberarsene.

In un giorno solo dunque Meloni subisce due colpi che modificano nel profondo la linea di politica estera fin qui seguita dal suo governo, costringendola a rimettere a posto le sue pedine sulla scacchiera. Per usare le parole di Mario Monti l’altro giorno al Senato, non potrà che allinearsi agli altri governi europei e alla stessa Commissione che ora, con l’uscita di scena del ricattatore di Budapest, potrà riprendere un po’ fiato (tant’è che ieri finalmente abbiamo risentito la voce di Ursula von der Leyen sparita da giorni dai radar politici europei).
La sinistra vede in tutto ciò buoni auspici per l’anno elettorale che si apre all’insegna della vulnerabilità della premier che non può più essere considerata la leader invincibile che aveva conquistato l’Italia con i suoi propositi. È probabile, come già è accaduto varie volte in passato, che la sinistra dia troppo in anticipo come cosa fatta la vittoria alle prossime elezioni, e questo sarebbe un errore fatale che ricorda ciò che accadde nel 1994 (Occhetto) e nel 2013 (Bersani). Quello però che nessuno si può augurare, neanche l’opposizione, è di avere per un anno un governo indebolito e incerto mentre la bufera imperversa nei cieli e nei mari fin troppo vicini a noi.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
