Opinioni

Meloni non arretra: sfida politica dopo lo stop

Ieri mattina in Parlamento la sua informativa sull’attività di governo l’ha vista mettersi alle spalle il referendum e sfidare l'opposizione. «Il governo c’è, la maggioranza pure, siamo qui, io e i miei vicepremier di cui sono orgogliosa»
La premier Giorgia Meloni - Ansa  © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Giorgia Meloni aveva una e una sola preoccupazione svolgendo ieri mattina in Parlamento la sua informativa sull’attività di governo: quella di non apparire un’«anatra zoppa», una leader dimezzata dalla pesante sconfitta referendaria, una premier che arranca tra dimissionamenti degli «impresentabili» della squadra e polemiche sui suoi selfie con personaggi discutibili.

Neanche per idea: si è messa alle spalle il referendum, ha liquidato con poche parole i dimissionamenti forzati, e ha caricato contro la «variopinta opposizione» spingendosi a «sfidarla sul merito dei provvedimenti» assunto che, a suo giudizio, da sinistra in questi quattro anni altro non è venuto se non «polemiche sterili» e attacchi personali e faziosi. «Il governo c’è, la maggioranza pure, siamo qui, io e i miei vicepremier di cui sono orgogliosa»: si fa quadrato e ci si prepara alla battaglia.

La sfida, appunto. A Giorgia Meloni in questi quattro anni non è mai importato granché se le si rimproverava di non parlare in queste occasioni come un presidente del consiglio ma piuttosto come un capo partito oltretutto non ancora emancipato dai lunghi anni di politica ai margini, da underdog come lei stessa si è definita.

Ed è in fondo la sua caratteristica principale, quella probabilmente che le porta il consenso elettorale di cui tuttora gode anche se al referendum è andata diversamente. Eppure, anche se non lo ammette, una lezione Meloni l’ha tratta dalla sconfitta, e cioè che l’amicizia con Trump per lei è (elettoralmente) veleno. Tant’è vero che ieri ha fatto l’elenco puntiglioso delle volte in cui «ha detto di non essere d’accordo» con il bizzoso caligola washingtoniano, da ultimo il mancato permesso di atterraggio alla base di Sigonella.

Per il resto, si è rifatta alla storia della politica estera italiana, sempre legata alla fedeltà atlantica e sempre europeista, i due pilastri oltre i quali non si va, non si può andare. Certo non si può rompere con gli Stati Uniti. Certo non ci si può isolare in Europa: «Sull’Ucraina e sull’Iran abbiamo mantenuto una linea coerente con quella di tutti gli altri paesi europei» (salvo l’amico Orban, la quinta colonna trumpiana e putiniana nella UE, per la cui rielezione Meloni e Salvini si sono pubblicamente esposti).

L’opposizione ha orgogliosamente raccolto la sfida convinta, come dice Renzi, “che tra poco tocca a noi”, ossia che dalla sconfitta referendaria del 2026 si passerà per Meloni-Salvini-Tajani alla sconfitta politica del 2027. E i discorsi, soprattutto di Conte e Schlein sono partiti proprio da questa convinzione, ognuno di loro due convinto di essere il futuro presidente del Consiglio. Non è la prima volta che la sinistra dà per acquisita una vittoria che poi non arriva: successe a Occhetto nel ’94 e a Bersani nel 2013, tanto per citare i casi più clamorosi. Meloni ha ricevuto una sberla poderosa che non si aspettava, sta reagendo irosamente e c’è da giurare che combatterà fino all’ultimo giorno. Dire come fa Conte “lei ha un grande futuro alle spalle” potrebbe rivelarsi una pericolosa leggerezza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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