Oman, quella neutralità attiva che può far comodo all’Italia

Prima che il petrolio ridisegnasse le mappe della politica di potenza fu una resina a legare la parte meridionale della penisola arabica ai grandi sistemi economici dell’antichità: l’incenso del Dhofar o franchincenso, tanto caro a Nerone che, secondo Plinio il Vecchio, per le esequie di Poppea ne fece bruciare in un solo giorno più di quanta se ne potesse produrre in un anno.
Al di là dell’aneddoto, il racconto dice quanto la domanda mediterranea, già in età imperiale, dipendesse da una geografia precisa delle resine e delle rotte. E in quella geografia il sud dell’attuale Oman, il Dhofar, terra del franchincenso, era una sorgente decisiva.
Da qui si comprende perché Mascate, ieri come oggi, conti soprattutto per la capacità di presidiare le vie di transito: un tempo quelle degli aromi, ora dell’energia e della navigazione. Questa continuità storica si traduce nel presente in un vantaggio geopolitico raro: la prossimità allo Stretto di Hormuz con lo sbocco diretto sull’Oceano Indiano.
A nord si affaccia su uno dei principali varchi energetici del mondo, da cui transita in media il 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi; a sud, porti e piattaforme logistiche sull’Oceano Indiano, quindi esterni allo Stretto, attenuano l’esposizione del commercio internazionale alle crisi o alle interruzioni dei traffici che, negli scenari più tipici, possono derivare da escalation militari o atti di coercizione marittima (in primo luogo iraniana), oltre che da attacchi, sabotaggi o dinamiche di rischio che spingono assicuratori e operatori a ridurre o rallentare la navigazione.
Mi sono recata in visita ufficiale nel Sultanato dell’Oman, su invito di Sua Maestà il Sultano Haitham bin Tarik, che ringrazio per la calorosa ospitalità e la cortese accoglienza. Un incontro importante per rafforzare le relazioni bilaterali ed espandere gli ambiti di… pic.twitter.com/y8bWAcy9k7
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) January 14, 2026
Il Sultanato ha fatto della quiet diplomacy – pragmatica, relazionale, a bassa esposizione pubblica – il tratto costitutivo della sua politica estera sin dal 1970, quando la stabilizzazione interna e la proiezione regionale del paese richiesero un principio semplice: essere «amico di tutti» per non diventare ostaggio della competizione regionale.
Da allora Mascate ha coltivato un ruolo da facilitatore, canali aperti quando gli altri li chiudono, spazi di negoziato quando la polarizzazione li cancella. Negli ultimi anni questo approccio si è tradotto in mediazioni su dossier ad alta frizione: dallo Yemen, con contatti e iniziative anche umanitarie, al canale riservato Usa-Iran, che contribuì a preparare il terreno ai successivi negoziati sul nucleare.
Su questa architettura politica si innesta la dimensione economica. Vision 2040, il piano per trasformare il Sultanato in un hub moderno e diversificato non è soltanto un documento programmatico: è la cornice con cui l’Oman prova a ridurre la dipendenza dagli idrocarburi senza perdere l’elemento che ne sostiene la sicurezza: la neutralità.
In questo disegno vuole implementare una rete di partenariati e investimenti che non è mai solo finanza: è anche politica estera, perché ogni legame industriale e tecnologico amplia margini d’azione in un Golfo turbolento. Da qui la ricerca di partner differenziati: Stati Uniti per innovazione e capitale, Europa per tecnologie e filiere, Asia per infrastrutture e manifattura avanzata; con Giappone e Cina come interlocutori chiave, rispettivamente per tecnologia e per grandi opere.
È in questo punto, dove rotte energetiche, stabilità regionale e trasformazione economica si sovrappongono, che si colloca la visita di Stato di Giorgia Meloni in Oman, lungo il tragitto verso il Giappone. La tappa di Mascate non è un mero intermezzo protocollare, ma una scelta di politica estera e industriale con tre obiettivi convergenti.
Primo: sicurezza strategica e resilienza. Per un Paese manifatturiero e importatore netto di energia come l’Italia, ridurre l’esposizione agli shock del Golfo significa investire in relazioni con gli attori che, per posizione e credibilità, possono contribuire a contenere fattori di crisi.
Secondo: agenda economica e opportunità di sistema. Vision 2040 apre spazi su portualità, logistica, infrastrutture, rinnovabili, industria e servizi, settori nei quali l’Italia può portare impiantistica, meccanica, know-how di filiera e strumenti finanziari capaci di rendere i progetti economicamente solidi e attrattivi per gli investitori, traducendo così i successi della diplomazia in un attività industriali concrete.
Terzo: connettività indo-mediterranea. Andando verso Tokyo, la Meloni ha collegato due poli della proiezione italiana, Mediterraneo allargato e Indo-Pacifico, passando da un Paese che sta fisicamente sulla soglia tra Golfo e Oceano Indiano. Un tempo il franchincenso entrava nel Mediterraneo perché l’Oman era un punto di passaggio nelle reti degli scambi; oggi la logica non è cambiata, è cambiata la merce: energia, traffici e stabilità marittima.
La visita nel Sultanato valorizza questa continuità in chiave contemporanea: rafforza un rapporto con un attore capace di contenere frizioni regionali e apre spazio a un posizionamento italiano nella trasformazione economica locale, dove infrastrutture, logistica e transizione energetica richiedono competenze e filiere che l’Italia possiede.
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