Venezuela, Gentile: «Trump vuole un’America neoliberale e autoritaria»

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro è stato catturato insieme alla moglie dalle forze statunitensi ed è stato portato fuori dal Paese. La procuratrice generale americana Pam Bondi ha fatto sapere che Maduro è stato accusato di associazione a delinquere finalizzata al narcoterrorismo, associazione a delinquere finalizzata all'importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e associazione a delinquere finalizzata al possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Presto lui e la moglie «affronteranno la giustizia americana sul suolo americano, nei tribunali americani».
Sulla questione abbiamo intervistato il professor Fabio Gentile, docente di Scienze Politiche presso il dipartimento di Scienze Sociali all’Università Federale del Ceará, dove è anche coordinatore del Corso di Laurea in Sociologia.
Professore, da alcuni mesi la situazione in Venezuela era tesa, ma si aspettava un attacco così presto? Che idea si è fatto?
Per Trump era senza dubbio il momento giusto. E una cosa mi ha fatto riflettere: alcune dichiarazioni del presidente argentino Milei sul fatto che in America del Sud la destra stava avanzando in maniera molto veloce. In Cile, in Paraguay e in Argentina sta succedendo proprio questo e Milei si aspetta nei prossimi anni una destra neoliberale sempre più forte in America Latina. Ci sono molti Paesi che appoggiano questa nuova dottrina Monroe di Trump, questo neoimperialismo. Mi ha colpito questa dichiarazione perché aiuta a comprendere quali siano le condizioni attuali. Trump ha fatto la cosa nel momento in cui andava fatta, seconda la sua logica, naturalmente.
Partendo proprio da questo concetto, che scenari vede per l’America Latina nel prossimo futuro?
Credo che l'aggressione al Venezuela sia legata agli scenari globali e quindi sia parte di una strategia che vuole tutta l’America Latina sotto il dominio degli Stati Uniti. Partiamo dallo sfruttamento delle risorse naturali, come petrolio e minerali. Gli Stati Uniti vorrebbero delle aree in cui sfruttare queste risorse e vorrebbero utilizzare questi Paesi come dei mercati a loro piacimento. Potremmo fare tanti esempi. L'Ecuador è già fallito da oltre vent'anni e ha solo il dollaro come moneta. A Cuba è rimasto solo un simulacro del socialismo, ma ormai è un Paese in cui il turismo americano è elevatissimo e per questo circola il dollaro. A parte il Brasile, in tutti gli Stati dell'America Latina c’è la doppia circolazione della moneta o addirittura il dollaro è la valuta per gli scambi economici e finanziari. Parliamo adesso di neoimperialismo, ma molti Paesi hanno perso da tempo la sovranità monetaria nazionale. La forza degli Stati Uniti in America Latina non è mai venuta meno. Certo, ci sono state delle onde: quelle progressiste e quelle conservatrici. Adesso Trump vuole sfruttare la situazione attuale per modellare un'America neoliberale e autoritaria di destra.
Ma la questione di fondo qual è? Sfruttare le terre o il controllo a livello geografico?
Per me le cose sono intrecciate. Non mi focalizzerei solo sull'aspetto del petrolio. Quando si dice “agli americani interessa solo il petrolio del Venezuela” si semplifica un discorso più complesso. Sicuramente gli interessa e su questo non c’è dubbio, ma lo scenario è più articolato. Durante le dittature negli anni Sessanta e Settanta agli Usa interessava avere il controllo politico di quei Paesi e quindi si parlava di anticomunismo. Allo stesso modo ora non la vedrei solo sul piano economico. È anche un segnale politico importante. Pure per la Cina e la Russia: il Venezuela aveva l’appoggio delle due potenze, ma Trump non si è per nulla spaventato.
Come si comporteranno adesso Russia e Cina e secondo lei?
Per quanto riguarda la Russia, al di là delle condanne non si andrà perché c’è un impegno importante sul fronte ucraino. È come se Trump avesse detto: “Se voi comandate lì, noi comandiamo qui: questa è casa nostra”. Lo stesso messaggio è arrivato anche alla Cina. Credo che non ci sarà nulla di più delle condanne.
Resta però una violazione del diritto internazionale.
Una gravissima violazione della sovranità nazionale. Poi le accuse mosse a Maduro sono discutibili. È vero che ci sono dei legami forti tra la politica e il narcotraffico, ma questo non accade solo in Venezuela. È un problema che c’è dai tempi di Pablo Escobar, negli anni Ottanta e Novanta: quel sistema alimentava non solo i Paesi cosiddetti narcotrafficanti, ma anche gli Stati Uniti, perché esisteva un vasto sistema di corruzione. Il problema c’è sempre stato, ma adesso è usato come pretesto. Per essere più chiari: in realtà i principali narcotrafficanti negli Stati Uniti sono messicani, sono quelli i cartelli principali. In Messico però non c’è l’ombra di nessuna operazione militare. È stato semplicemente un attacco politico al Venezuela.
Perché proprio lì?
Perché c’era un leader progressista. A questo punto rimarrebbero solo la Colombia – che adesso è in uno stato di allerta, ma non succederà nulla – e il Brasile, per cui il discorso è però differente. Il Brasile è un colosso e i rapporti economici con gli Usa sono forti. In Brasile a ottobre ci saranno le elezioni e sicuramente Trump proverà a influenzarle, ma il bullismo del presidente statunitense in Brasile non ha funzionato. Alexandre de Moraes del supremo tribunale Federale è stato durissimo, ha detto chiaramente: “Qua comandiamo noi e rispettiamo la giustizia brasiliana”. Di fronte a queste parole ferme e all'arresto di Bolsonaro gli Stati Uniti si sono limitati solo a delle sanzioni punitive contro De Moraes e altri giudici, e hanno alzato i dazi, ma non sono andati oltre a questo.
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