Non solo sbarchi: il senso di una giornata per l’Africa

Ormai non si contano più le Giornate promosse dalle Nazioni Unite o dalle singole Nazioni o da altri organismi internazionali o da semplici aggregazioni sociali, finalizzate a ricordare, sensibilizzare, promuovere…
In questo mare magnum non deve, tuttavia, passare inosservata la Giornata mondiale dell’Africa che ricorre ogni anno il 25 maggio. Si tratta di una Giornata voluta dall’Organizzazione dell’Unità Africana fondata il 25 maggio del 1963 in Sudafrica, a Durban, da parte di 55 Paesi del Continente Nero che tuttora vi aderiscono nella quasi totalità. Perché questa Giornata dovrebbe interessare in un momento che porta sulla scena mondiale tanti altri problemi in altri continenti?
Prima di tutto perché in Europa ormai da alcuni decenni vive una «diaspora» africana non indifferente. E se da un lato questa diaspora è preziosa, se non necessaria, per la mano d’opera richiesta ma non più soddisfatta dagli europei, dall’altro lato non si può dar torto a coloro che, senza rinnegare il valore dell’accoglienza, sostengono l’idea (fra l’altro promossa anche dal Magistero della Chiesa e da non pochi organismi di cooperazione internazionale di ispirazione cristiana) che bisogna favorire lo sviluppo locale e le condizioni di vita perché un africano non sia costretto ad emigrare ma trovi nel proprio habitat, alquanto ricco di risorse e materie prime, le condizioni per una vita migliore. E qui si inserisce la tanto dibattuta questione degli «sbarchi».
Ovviamente questo comporta che l’Africa sia aiutata dagli altri continenti a realizzare quanto quel movimento o ideologia politica detti «panafricanismo» intendeva realizzare, almeno all’inizio del suo sorgere: perseguire la sovranità africana degli Stati e promuovere la cooperazione delle persone e delle istituzioni africane, vive nella politica e nella cultura oltre che nelle tradizioni.
Ovviamente il panafricanismo ha corso e corre tuttora i rischi di alcune devianze come avviene per tutte le ideologie, ma è indubbio che abbia contribuito al superamento del colonialismo del XX secolo. Quel colonialismo che, purtroppo, riaffiora in forme più subdole di strumentalizzazione economica anche nel XXI secolo in corso.
E pure oggi ha il suo valore e il suo significato: infatti non è meno importante valutare che le finalità del panafricanismo erano anche quelle di porre fine a lotte e guerre intestine, non di rado di carattere tribale e militare. Per considerare che è una piaga ancora aperta basterebbe pensare al Sud Sudan o al Corno d’Africa.
Infine non va dimenticato che, oggi, l’Africa è un continente dove più del 50% della popolazione è giovane e, dopo l’Asia, è la seconda area a più rapida crescita mondiale, con ben 41 Paesi in forte ascesa.
In questo panorama carico di futuro va registrato, purtroppo, che nel continente africano il 20% della popolazione non ha cibo a sufficienza. Vale a dire che ben 298 milioni di persone soffrono la fame e le deleterie conseguenze sanitarie della denutrizione. E a pagarne il prezzo più alto sono i bambini.
Inoltre un terzo della popolazione africana è analfabeta e nei vari Paesi africani sono dure a scomparire le barriere sociali e culturali, soprattutto nei confronti delle ragazze. E un decente sistema educativo di base stenta a decollare.
Una Giornata dell’Africa non è inutile nemmeno per noi: non solo perché tutto è connesso, ma anche perché i segni di speranza del continente africano possono e devono essere condivisi e alimentati dall’Occidente in tutti i modi, dalla politica al mercato, dalla cultura al volontariato. Il punto di partenza può essere il rispetto di un panafricanismo che non scivoli in estremismi ma operi per un’Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai propri cittadini con una presenza forte e dinamica sulla scena internazionale.
Questa strada è l’unica percorribile, anche nella prospettiva di non costringere tanti africani a mendicare nelle nostre contrade, un fenomeno che implica per loro nessuna dignità e per noi alcuni fastidi.
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