Opinioni

Il solito piano ambizioso: far tacere le armi in Africa

Le crisi in Repubblica democratica del Congo e in Sudan sono due nodi irrisolti
Romina Gobbo

Romina Gobbo

Commentatrice

Miliziani del M23 in Congo, a Bukavu - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Miliziani del M23 in Congo, a Bukavu - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Il mio primo obiettivo sarà far tacere le armi». Ha gravitato su questo la campagna elettorale che ha portato alla presidenza della Commissione dell’Unione Africana (UA) Mahmoud Ali Youssouf, 59 anni, dal 2005 ministro degli Esteri di Gibuti. Ha sbaragliato gli altri due candidati: l’ex premier kenyota Raila Odinga e l’ex ministro degli Esteri malgascio Richard Randriamandrato.

Mahmoud, che resterà in carica per quattro anni, con possibilità di un secondo mandato, in precedenza ha ricoperto sia la carica di presidente del Consiglio dei ministri della Lega Araba, che quella dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (Oic). A eleggere il nuovo capo del ramo esecutivo dell’Ua, sono stati i leader di 49 Stati africani (sei sono sotto sanzioni e perciò non hanno diritto al voto) riuniti ad Addis Abeba, in Etiopia, dal 15 al 16 febbraio, per la 38esima sessione ordinaria dell’Assemblea dei capi di Stato e di governo. Assente, per cause di forza maggiore, il presidente congolese Félix Tshisekedi.

Anche il predecessore, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, alla cerimonia per l’inizio ufficiale del suo mandato, il 14 marzo 2017, aveva puntato sul «far tacere le armi». Ma in otto anni molto poco è riuscito a fare: nel 2002 aveva introdotto l’African Peer Review Mechanism (Aprm) per consentire agli Stati membri di valutare volontariamente le proprie pratiche di governance.

L’effetto è stato minimo perché i leader africani non amano avere controlli esterni. Molti di loro, per esempio, hanno ignorato l’African Peace and Security Architecture, per la prevenzione, la gestione e la risoluzione dei conflitti. Unico risultato cruciale è stata la mediazione che ha portato al trattato di pace tra il governo etiope e il Tigray People’s Liberation Front il 2 novembre 2022 a Pretoria, in Sudafrica.

Pertanto, se Youssouf, esperto diplomatico, vuole far accettare interventi critici per la sicurezza in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo, dovrà far appello a tutte le sue abilità. Ad affiancarlo sarà la vice presidente Selma Malika Haddadi, algerina, 47 anni, attuale ambasciatrice dell’Algeria in Etiopia. Presidente e vice presidente sono stati eletti con la maggioranza dei due terzi dei voti richiesti.

Completano la Commissione quattro capi dipartimento: il nigeriano Bankole Adeoye (Affari politici, pace e sicurezza); Moses Vilakati dello Swaziland (Agricoltura, sviluppo rurale, economia blu e ambiente sostenibile); la sudafricana Lerato Mataboge (Infrastrutture ed Energia); la ghanese Amma Twum-Amoah (Salute, Affari umanitari e Sviluppo sociale). Principale artefice della fondazione dell’UA (Sirte, 9 settembre 1999) fu il leader libico Mu’ammar Gheddafi, che sognava uno Stato panafricano libero dal colonialismo e neocolonialismo dei Paesi occidentali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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