Netanyahu, il ruolo della politica e quello delle forze armate

Una delle frasi più celebri e notorie della monumentale opera rimasta peraltro incompiuta, di Carl von Clausewitz, autore di Vom Kriege, è «la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi», divenuta dei principi più influenti e dibattuti nella teoria strategica moderna. Per il Generale prussiano la guerra non interrompe la politica ma vi si affianca come strumento, restando sempre subordinata a obiettivi politici razionali. Infatti egli afferma chiaramente che la guerra è uno strumento subordinato alla politica ed è quest’ultima che determina gli scopi e il livello di impegno del militare, mentre all’esercito spetta soltanto fornire i mezzi per raggiungerli.
Ciò diverrà uno dei pilastri fondamentali dello Stato democratico: la superiorità del politico sul militare diviene imprescindibile, poiché assicurerà che le decisioni derivino dal mandato popolare, che le forze armate operino come strumento tecnico entro i limiti stabiliti dalla leadership civile e che si mantenga l’equilibrio costituzionale, prevenendo ogni deriva in cui l’esercito possa tramutarsi in una minaccia per la democrazia stessa.
Il punto sembra essere stato appreso solo in parte dal Primo ministro israeliano Netanyahu, il quale nonostante avesse raggiunto il grado di capitano nella prestigiosissima unità di élite della Sayeret Matkal, mostrò poi una certa propensione prima per la diplomazia, ricoprendo l’incarico di Ambasciatore israeliano all’Onu, e quindi alla politica, all’interno del partito conservatore.
Durante i suoi mandati come Premier ha avuto una relazione strutturalmente conflittuale con la leadership militare, fino a un primo forte elemento di rottura rappresentato dalla proposta di riforma giudiziaria del 2023 che suscitò l’opposizione di migliaia di riservisti, i quali dichiararono che avrebbero smesso di prestare servizio in segno di protesta contro la nuova legislazione.
Ciò portò l’allora Capo di Stato Maggiore e dell’Aeronautica a esprimere pubblicamente preoccupazioni sulla diminuzione della prontezza operativa dell’esercito, causata dalla sospensione del servizio volontario, tanto da indurre Netanyahu ad affermare con rabbia che ormai sembrava fosse l’esercito a governare il Paese. Una frattura che nel corso di questi ultimi due anni di guerra è andata sempre più marcandosi, fino a ieri quando il Generale Eyal Zamir, Capo delle forze israeliane, dopo giorni di attrito politico-militare con il Primo ministro ha approvato il quadro generale del piano operativo delle Forze di Difesa (Idf) nella Striscia di Gaza, «in conformità con le direttive del livello politico».
Nonostante il placet dei vertici militari, permangono sia forti proteste, a livello interno, come a livello internazionale, sia fortissime criticità riguardanti il piano. Sicuramente l’Idf possiede le capacità per conquistare i nodi strategici di Gaza City e infliggere danni significativi alle infrastrutture militari di Hamas.
Tuttavia, molte sono le criticità evidenti, la prima delle quali innesca un pernicioso effetto domino. Sul medio-lungo periodo l’assenza di un pilastro di governance credibile, sia esso di matrice locale – del quale però non si ha traccia, visto che Netanyahu ha dichiarato espressamente di non volere né l’Autorità Nazionale Palestinese, né ovviamente Hamas – regionale, con i Paesi arabi, i quali per ora anelano all’annientamento di Hamas ma non vogliono assumersi responsabilità di governo.

O sostenuto da un mandato internazionale, con una Onu da tempo completamente latitante, rischia di trasformare l’operazione di Gaza in un presidio militare a tempo indeterminato. Un conflitto permanente comporta costi fiscali crescenti: il ricorso massiccio ai riservisti riduce la forza lavoro attiva, abbassa la produttività e rallenta settori strategici. Al contempo, l’instabilità scoraggia capitali esteri e il turismo, con effetti negativi sulle entrate dello Stato.
Inoltre esso richiede un costante impiego di risorse per prevenire attacchi sul territorio israeliano, aumentando le voci di spesa per intelligence, protezione civile e difesa missilistica, mentre sul piano politico erode progressivamente il consenso interno e la credibilità internazionale della leadership, restringendo i margini di manovra strategica e rendendo sempre più difficile trasformare la vittoria militare in un esito politico stabile.
A ciò si sommano una serie di vulnerabilità strutturali già emerse sul terreno: il pericolo per gli ostaggi, che limita i margini negoziali e costituisce un punto di frizione anche all’interno dell’establishment militare; l’eccessivo allungamento delle linee operative; la complessità di una guerra urbana e sotterranea che, come dimostrano precedenti operazioni, non garantisce la neutralizzazione stabile di reti clandestine, le quali tendono a rigenerarsi in forme di guerriglia.
Tutto questo i militari lo sanno, così come dovrebbe saperlo il Politico. In un siffatto scenario, Clausewitz ci aiuta a ricordare che la guerra non è mai autonoma: è sempre il riflesso di una decisione politica, alla quale anche il giudizio dei militari, ora proni, dovrebbe concorrere alla elaborazione. Nel caso di Netanyahu la guerra sembra essere non solo una continuazione della (sua) politica, ma anche di una sua radicalizzazione, dove il dissenso interno, persino tra i militari, viene trattato non come prudente avvertimento, ma come ostacolo alla volontà di governo.
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