Si apre un altro vertice della Nato dell’era Trump. E come sempre, gli occhi di tutti sono rivolti al Presidente statunitense; a quel che dirà o non dirà rispetto a un’alleanza, e a degli alleati, verso i quali non pare nutrire particolare stima o rispetto. Per non farsi mancare nulla, Trump ha ben pensato di lanciare altri, offensivi strali verso la nostra premier Giorgia Meloni, diventata improvvisamente bersaglio privilegiato delle sue frequenti intemerate eurofobiche.
Quali sono le questioni nodali sul tavolo delle relazioni transatlantiche, oggi? E quali i temi che presumibilmente domineranno questo summit di Ankara? Tre sono gli ambiti sui quali ci si deve soffermare. Il primo è l’eterno problema del burden-sharing: di quella divisione degli oneri della difesa comune che ha costituito fin dalla nascita dell’Alleanza una delle ragioni di tensione tra gli Usa e i loro alleati europei.
In the face of growing challenges, NATO Allies are investing in a stronger Alliance and a safer, more secure future#NATOsummit pic.twitter.com/OSaNro9L3d
— NATO (@NATO) July 5, 2026
Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’aggressione russa dell’Ucraina, l’Europa ha fatto molto su questo. Tra il 2022 e il 2025, il numero di membri della Nato la cui spesa per la difesa supera il 2% del Pil è passato da 6 a 31; in termini aggregati, la spesa militare dei paesi della Nato è aumentata del 9.3% nel 2023, del 18.6% nel 2024 e del 15.9% nel 2025; per quanto cosmetico, in quanto include anche investimenti infrastrutturali legati indirettamente alla sicurezza, e per molti aspetti irrealistico, il nuovo obiettivo è di portare gli investimenti militari di ogni paese membro addirittura al 5% del PIL entro il 2035. In teoria, ciò dovrebbe bastare per placare le pressioni di Trump.
Così però non è. E non solo per l’umoralità, e le inclinazioni antieuropee del Presidente. A monte agisce infatti una significativa differenza rispetto alla storica discussione sul burden-sharing; per le amministrazioni precedenti, da Truman sino a Biden, la richiesta statunitense all’Europa era, appunto, di contribuire di più alla difesa comune, rendendo meno sbilanciata e asimmetrica l’alleanza.

Con Trump, questa strutturale asimmetria serve invece per forzare i paesi europei a spendere di più nell’acquisto di beni militari statunitensi, così come previsto anche dall’ultimo piano Purl (Prioritized Ukraine Requirement List) per il trasferimento all’Ucraina di armi americane pagate dagli europei (la mancata adesione italiana al programma è probabilmente una delle ragioni dietro gli attacchi di Trump a Meloni). Risponde, in altre parole, a una logica primariamente transazionale delle relazioni internazionali, ora estesa anche ai rapporti transatlantici, funzionali a soddisfare interesse economici americani e non espressione di valori condivisi e princìpi strategici condivisi.
Il secondo ambito ci porta dalla transazionalità all’imperialismo, un’altra delle categorie utili per leggere e spiegare la politica estera di Donald Trump. Che il Presidente statunitense pare applicare anche ai partner atlantici, con la adulante complicità del segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.

Attori subalterni e dipendenti, tali partner, secondo Trump; che dovrebbero capitolare automaticamente alle pressioni americane, siano esse relative alla vendita degli armamenti o alle ambizioni territoriali sulla Groenlandia. E che sarebbero stati gravemente manchevoli nella loro indisponibilità a sostenere gli Stati Uniti durante il recente conflitto sull’Iran. Che in realtà non cadrebbe sotto l’area di competenza dell’alleanza; e che è comunque stata intrapresa dagli Usa e da Israele senza consultare alleati che ne hanno pesantemente pagato le conseguenze. Ma anche questa presunta ingratitudine sarà al centro delle discussioni e usata quasi sicuramente da Trump nelle sue probabili esternazioni eurofobiche al vertice di Ankara.
Terzo e ultimo dossier: l’Ucraina. Trump ha avuto una lunga telefonata con Putin e rilanciato l’idea che il leader russo vorrebbe una pace. I cui termini rimangono però indefiniti, mentre la Russia continua a colpire l’Ucraina con missili e droni. Non è chiaro, però, cosa altro il Presidente statunitense possa chiedere agli alleati europei ovvero cos’altro essi possano fare. Se non, appunto, sollecitarli a farsi ancor più carico dei costi della difesa dell’Ucraina.




