Un mondo di immagini. A portata di mano, e a un diaframma infinitesimale di distanza temporale dalla morte. Come avvenuto negli scorsi giorni a Bologna, dove la morte di Abderrahim Fakir, avvenuta al quartiere Pilastro durante l’intervento della polizia, è stata ripresa in diretta, diventando oggetto di una circolazione virale.
Le forze dell’ordine erano arrivate su chiamata dei vicini perché il 43enne si trovava in un «forte stato d’agitazione», ed è deceduto dopo la colluttazione e un malore che, si legge nelle notizie di queste ultime ore, potrebbe essere stato provocato anche da un mix di droghe e alcool assunto prima dell’intervento degli agenti.
Ma la dinamica, naturalmente, verrà accertata dalla magistratura, mentre vogliamo concentrare l’attenzione, nel dolore per la morte di una persona, sul nuovo riflesso condizionato contemporaneo del riprendere mediante una telecamera quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Effetto anche della disponibilità di uno strumento che può catturare immagini presente in permanenza nelle nostre tasche sotto la forma dello smartphone, come pure del dominio cognitivo delle immagini, improvvisamente tornate centrali – e già lo «profetizzava» Marshall McLuhan, parlando dell’«età elettrica» – nel consumarsi della «galassia Gutenberg» e nella consunzione della cultura alfabetica. Le immagini che documentano lo svolgersi di un accadimento – luttuoso come in questa fattispecie – possono trasformarsi in prove accusatorie e arrivare, potenzialmente, a corroborare o a rovesciare l’azione di investigatori e inquirenti.
Come pure, e lo constatiamo quotidianamente, alimentare un voyeurismo del dolore e della sofferenza che ha radici antiche e si interseca con alcuni fondamenti poco commendevoli della stessa natura umana. Ma anche, al contempo, possono accendere sdegno e provocare mobilitazioni a favore delle ragioni delle vittime di un abuso, specialmente se a commetterlo sono funzionari delle istituzioni e dello Stato che, nell’epoca odierna, sono oggetto di un vasto processo di sfiducia e disconoscimento della credibilità. E, naturalmente e sempre più – si pensi al filmato amatoriale che riprese l’omicidio a Dallas del presidente John Fitzgerald Kennedy, nel novembre del 1963 –, possono nutrire complottismi e teorie cospirative sull’operato degli attori ufficiali coinvolti in fatti di sangue.
Certo è, in ogni caso, che le immagini forgiano la percezione tanto individuale che collettiva, specialmente nel loro diluvio (commerciale e politico) di questi nostri tempi. E la disponibilità infinita a generarne – corrispettivo, su un altro versante, dell’autocomunicazione di massa (come l’ha definita il sociologo Manuel Castells) garantita dai social network – modifica in maniera permanente il nostro approccio al discorso pubblico, aumentando la quota di soggettivizzazione.
In buona sostanza, ci fidiamo di più di quello che vediamo – anche se è potenzialmente soggetto a infinite forme di manipolazione – o di quello che ci dice o ci mostra, appunto, l’autorità costituita (ed epistemica), che a sua volta può alterare il flusso comunicativo (come avvenuto in varie occasioni)?
A questa domanda c’è una sola risposta possibile: l’incentivazione dello spirito critico, quello che ci può spingere a riprendere immagini di un evento quali testimonianze obiettive come, per contro, a decostruirle, dubitandone e scoprendone la falsità. Perché le immagini non sono mai neutrali, ma ambivalenti, come i media e come le tecnologie.




