Meglio «classi pollaio» o piccole? La scuola contesa fra i ministeri

L’espressione «classi pollaio» è ormai ben nota a chi frequenta il mondo della scuola. Indica quelle classi in cui gli studenti arrivano, o superano, la soglia dei 30 per aula. Di solito il termine è usato in tono polemico, per sottolineare quanto sia difficile garantire un apprendimento di qualità e una didattica personalizzata quando davanti si ha una folla di adolescenti. E in effetti, non serve molta fantasia per capire quanto possa essere complesso insegnare in queste condizioni. Eppure, nelle «classi pollaio», docenti e studenti cercano ogni giorno da anni di fare del loro meglio, con impegno e creatività.
Su questo tema è intervenuto tempo fa il ministro dell’Istruzione e del Merito, durante un collegamento telefonico all’Education & Open Innovation Forum promosso da Confindustria a Siracusa. A suo giudizio, «c’è chi in modo molto superficiale pensa che il problema si risolva con classi piccole. Lo ha dimostrato bene l’Invalsi: le classi piccole hanno rendimenti minori». A suo giudizio, quindi, non serve ridurre il numero di studenti per aula, ma potenziare l’organico dei docenti per consentire una didattica più personalizzata e attenta soprattutto ai casi di fragilità.
In disaccordo con questa posizione, il Ministero della Giustizia ha promosso una proposta di legge di iniziativa popolare che punta invece a ridurre il numero di studenti per classe: massimo 20, che scendono a 18 in presenza di un alunno con disabilità e a 15 con due alunni con disabilità. La proposta è consultabile sul sito del Ministero della Giustizia e può essere firmata online da qualsiasi cittadino.
Ci troviamo dunque davanti a una vera e propria disputa tra due Ministeri, e noi cittadini siamo chiamati a partecipare attivamente. In ogni disputa, ciò che conta sono le argomentazioni migliori. E, come ci insegnava la scolastica medievale, ragionare con equilibrio è sempre un buon punto di partenza. Le motivazioni del ministro Valditara sono note; ma quali sono quelle sostenute dal Ministero della Giustizia? Tra le molte, due meritano di essere ricordate. La prima riguarda il costante calo del numero di studenti: il decremento demografico fa sì che ogni anno si perdano circa 100.000 iscritti (dato arrotondato per difetto).
Questo calo consentirebbe di mantenere lo stesso numero di insegnanti, ma con classi meno affollate. In pratica, però, invece di redistribuire le cattedre, negli ultimi anni si è assistito a tagli del personale e a una riduzione della spesa pubblica per l’istruzione.
La seconda motivazione del Ministero della Giustizia riguarda un aspetto più culturale. Sebbene la Costituzione imponga allo Stato di garantire a tutti un’istruzione di qualità, nel 2008 prese piede una campagna di delegittimazione del lavoro degli insegnanti, accusati di essere fonte di sprechi. Il governo dell’epoca presentò quei tagli come una «razionalizzazione della spesa», ma in realtà furono riduzioni pesanti, con effetti diretti sulla qualità della didattica e sul benessere di chi vive la scuola ogni giorno.
A chi dare ragione, dunque? Dipende dai valori che guidano ciascuno di noi e da come intendiamo il nostro ruolo di cittadini attivi e consapevoli. Nel frattempo, un’ultima curiosità linguistica: chi storce il naso davanti all’espressione «classi pollaio» dovrebbe sapere che anche tra i pollai ci sono notevoli differenze. Alcuni offrono più spazio e libertà di movimento di altri. Forse, allora, chi immagina galline dalle uova d’oro stipate in gabbie minuscole dovrebbe rivedere le proprie idee - soprattutto quando associa quelle stesse «gabbie» a classi dai risultati Invalsi eccellenti.
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