Matteo Salvini ormai è costretto a dialogare con l’ultradestra europea

Le polemiche seguite all’incontro fra il leader leghista Salvini e il neonazista inglese Tommy Robinson svaniranno presto. La presa di distanza di Tajani dalle frequentazioni dell’altro vicepremier era dovuta, proprio perché Forza Italia presidia un’area elettorale centrista distante anni luce dall’ultradestra salviniana.
O, meglio, dalla «mezza» ultradestra, perché il leader leghista è in una posizione per certi versi obbligata e insidiosa, che lo costringe da un lato a sostenere tutti i capi dei partiti più estremisti del continente (senza contare le simpatie per Putin e per certi eccessi trumpiani), pur di coltivare quell’elettorato che diversamente finirebbe a Vannacci o comunque abbandonerebbe il Carroccio.
Dall’altro lato, incontra a Rivisondoli la Lega degli amministratori locali, dei big regionali, insomma del partito che – da Zaia a Giorgetti, da Fontana a Fedriga – è ben distante dagli eccessi dei neonazisti inglesi, ma è erede legittimo del federalismo di Bossi ed è anche depositario di un certo moderatismo di centrodestra che probabilmente porta alla Lega una buona metà dei voti ottenuti ad ogni tornata elettorale.
Del resto, il vicepremier non potrebbe fare diversamente: nel suo partito chi non gradisce la deriva sovranista e di ultradestra non ha ancora la voglia e il potere per defenestrarlo, quindi per tenere a bada la Lega delle origini, quella dura e pura ma anche sapiente amministratrice del territorio e in costante contatto con la base è sufficiente qualche parola d’ordine identitaria detta bene («sciocco chi esce dalla Lega: finisce nel nulla»; «qualcuno mi chiama capitano, ma la Lega è famiglia, comunità, non siamo una caserma, la nostra forza è il popolo»).
Per blindarsi a destra, frattanto, Salvini lancia messaggi che sembrano degli avvertimenti a Vannacci (un vicesegretario che nel partito piace a pochi) perché non strappi e non si azzardi a fondare un partito. Il rischio è che quei cinquecentomila voti di preferenza presi dal generale alle europee (il 2%, cioè poco meno di un quarto di tutti i suffragi presi dal Carroccio: non briciole, insomma) possano migrare altrove, sfasciando la «mezza» Lega sovranista e di estrema destra che assicura un numero di voti non indifferente a Salvini.
"I meet who I want"! Proclaims Salvini.
— Tommy Robinson 🇬🇧 (@TRobinsonNewEra) January 26, 2026
The legacy media thinks they're putting @matteosalvinimi "under fire" for meeting me.
Matteo has faced the same persecution as me throughout his life for speaking the truth.
Legacy media has no power anymore. pic.twitter.com/LyyEhTa2ps
Quella del vicepremier è una situazione non invidiabile, perché si tratta di tenere a bada un partito che è erede di quel Carroccio in cui Bossi diceva «mai con i fascisti» e, dall’altro canto, bisogna tenere un piede sulla staffa sovranista, perché il posizionamento di Fratelli d’Italia nella coalizione (quale interprete e voce del moderatismo conservatore che si richiama un bel po’ al berlusconismo ma anche all’eredità del «doppiopetto» almirantiano missino) è tale da sospingere la Lega molto a destra.
Se lo spazio disponibile a livello nazionale e internazionale è (fatte salve le riserve territoriali nordiste di voti del vecchio Carroccio) solo in corrispondenza dell’eterogeneo panorama dei neonazisti, ultrasovranisti ed estremisti europei, è evidente che Salvini non può che fare certi incontri con leader un po’ discutibili: non ha scelta, del resto, ma forse è una strada che dal Papeete ha imboccato senza possibilità di tornare indietro, anche se i frutti che arrivarono nel 2019 alle europee si sono ridotti a un quarto o a un quinto col passare del tempo.
Lo stesso Vannacci è un alleato scomodo, che deve restare nella Lega con qualche monito ma che non può essere irritato o emarginato apertamente, perché i voti del Carroccio oggi sono da terzo partito della coalizione, inferiori persino rispetto a quelli di una Forza Italia che tutti davano per morta dopo la scomparsa di Berlusconi e l’arrivo al comando degli azzurri di un Tajani non brillantissimo.
Perdere Vannacci e il variegato mondo degli ultrasovranisti significa essere schiacciati fra una Lega territoriale, un’estrema destra che può sottrarre voti preziosi e un colosso come il partito della Meloni: si finirebbe in una tenaglia che stritolerebbe elettoralmente e politicamente il vicepremier.
Quindi, gli incontri contestati e contestabili, le amicizie internazionali ma anche la rivendicazione della Lega tradizionale a Rivisondoli sono tutti ingredienti necessari per tenere insieme il partito «a due anime» che Salvini ha disegnato.
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