Opinioni

Londra e la crisi mediorientale tra minacce e alleanze mutevoli

Il governo laburista di Keir Starmer e il Foreign Office hanno identificato almeno tre problemi principali
Il primo ministro inglese, Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro inglese, Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La crisi acuitasi in questi giorni in Medio Oriente solleva anche a Londra come nelle più importanti capitali mondiali forti timori, sia per gli effetti di breve periodo sia per le conseguenze a lungo termine che potrebbe provocare. Per quanto si sa, il governo laburista di Keir Starmer e il Foreign Office hanno identificato almeno tre problemi principali.

In primo luogo e sul breve periodo, il Regno Unito, dal 1945 in avanti, è sempre stato l’alleato più stretto degli Usa; un legame confermatosi dopo la fine della Guerra fredda e rafforzatosi con il nuovo millennio. Dall’intervento in Afghanistan nel 2001 in avanti, Londra ha seguito Washington nelle sue iniziative in Asia e Medio Oriente. Ora, però, dal punto di vista del diritto internazionale (posto che ne esista ancora uno…) un eventuale sostegno Usa a Israele contro l’Iran imbarazzerebbe i Britannici, poiché potrebbe essere grossolanamente illegittimo, nuocendo all’immagine del paese presso l’opinione pubblica mediorientale e mondiale nel suo complesso, ponendo Londra in una posizione scomoda.

Infatti e in secondo luogo, ragionando sul medio-lungo periodo, il problema per la diplomazia britannica è che, da un paio di decenni, la politica internazionale è tornata a essere definita sulla base delle regole della vecchia politica di potenza. L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha reso ancora più radicale questa regressione, e il suo contegno al recente G7 in Canada ne è stata la prova: di fatto gli altri partecipanti sono stati umiliati, soprattutto gli Europei, Britannici compresi. È probabile che le capitali europee non saranno consultate sui prossimi passi degli Usa nell’area. Per Trump la politica estera del futuro sarà dominata dalla forza: chi è potente (Usa, Cina e, in parte, Russia) potrà prendere ciò che gli è necessario; agli altri attori sarà lasciata la possibilità di rendersi funzionali ai progetti delle grandi potenze o scomparire nella marginalità.

Donald Trump annuncia al Paese i bombardamenti sull'Iran - Foto Epa/Carlos Barria © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump annuncia al Paese i bombardamenti sull'Iran - Foto Epa/Carlos Barria © www.giornaledibrescia.it

L’Unione europea e il Regno Unito corrono tale rischio: l’Ue oggi non ha una sua autonomia strategica, non ha una sua precisa geopolitica, sconta il drammatico ritardo accumulato nel dotarsi di una sua politica estera comune. Conscia che ciò è dipeso anche dalla propria errata politica verso l’Europa, Londra, attraverso i colloqui con Francia e Germania, vorrebbe identificare una qualche soluzione negoziata della crisi, anche parziale, per rilanciare il ruolo europeo nell’area e, quindi, del Regno Unito stesso.

In terzo luogo, sembra che in queste ore entro il Foreign Office si sia diffusa la paura timore che il tentativo di regime change in atto da parte di Israele in Iran possa portare alla completa destabilizzazione del paese, che potrebbe causare una guerra civile non solo tra fondamentalisti islamici e laici, ma anche tra le varie etnie che compongono il paese: persiani, azeri, curdi, luri, arabi, beluci, turkmeni, tribù turche. La caduta del regime sciita, si dice, potrebbe indurre i vicini (Azerbaigian e Turchia) a cogliere l’occasione per tentare di strappare parti di territorio, innescando un processo dagli effetti imprevedibili.

Il ministro degli esteri iraniano, Araghchi, si trova in queste ore in Turchia - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Il ministro degli esteri iraniano, Araghchi, si trova in queste ore in Turchia - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Londra da qualche tempo è preoccupata per la politica turca: Ankara sta ampliando sempre più la propria influenza nell’area, con il rischio di scontarsi con alleati degli occidentali (come l’Arabia Saudita) o di ridurre l’influenza britannica in Giordania. L’impossibilità di utilizzare l’Iran quale contrappeso della Turchia, si dice, potrebbe favorire l’ambizione turca di sovvertire a proprio vantaggio la bilancia strategica in un’area cruciale per i rifornimenti di petrolio e per il traffico commerciale attraverso il canale di Suez, a danno degli interessi occidentali.

Tutti effetti che, per una diplomazia esperta e prudente come è, tradizionalmente, quella britannica, appaiono fatali perché rischiano di essere irreversibili.

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