Non c’è solo l’AfD a scuotere la politica tedesca. Nella capitale Berlino, una città-stato che vale da sola come Land, alle elezioni dello scorso 20 settembre era risultato primo partito, con il 25,7% dei consensi, il partito della Linke, che ha scalzato la Cdu del borgomastro uscente Kai Wegner. Un risultato sorprendente, determinato soprattutto dal voto giovanile, che ha portato la leader del partito di sinistra Elif Eralp, una giurista figlia di immigrati turchi, a proporsi come governatrice della città alla guida di una coalizione comprendente anche Spd e Verdi. Di per sé questa formula non sarebbe una novità per l’amministrazione di Berlino; ma i governi rosso-rosso-verdi del passato hanno sempre avuto un baricentro diverso, con la Spd in posizione predominante e gli altri due partiti come junior partner. Ora i rapporti di forza sarebbero ribaltati a favore della Linke, il che comporta non poche criticità.
Per diverse settimane si è discusso sull’opportunità o meno di avviare una coalizione di questo genere, e i colloqui esplorativi hanno registrato non poche battute d’arresto. Due sono le questioni che hanno messo alla prova la tenuta dell’alleanza prima ancora che nascesse: il rapporto ambiguo della Linke con l’antisemitismo e il destino degli appartamenti dei grandi gruppi immobiliari che la Linke vorrebbe espropriare per rimetterli sul mercato ad affitti calmierati.
Per quanto riguarda l’accusa di antisemitismo il punto essenziale riguarda le posizioni pro Palestina di molti esponenti della sinistra berlinese. In Germania la sensibilità sull’argomento è particolarmente forte e il sostegno alla causa palestinese o l’accusa di genocidio rivolta a Israele fa scattare all’istante il sospetto dell’antisemitismo. Alla Linke si è chiesta una presa di distanza più netta dalle posizioni ritenute estreme e alla fine, per uscire dall’impasse, i tre partiti hanno sottoscritto una dichiarazione comune nella quale il diritto all’esistenza di Israele è definito come «non negoziabile». La polemica, tuttavia, non si è spenta del tutto: per i detrattori l’antisemitismo della Linke rimane un problema politico reale, mentre per Elif Eralp le accuse rischiano di diventare uno strumento di delegittimazione per lei e per il suo partito.

L’altro dossier che scotta è quello relativo alla socializzazione degli immobili, il tema che più chiaramente marca la svolta a sinistra del nuovo governo cittadino. Già in un referendum consultivo del 2021 circa il 59 per cento dei berlinesi si era espresso a favore di un percorso per trasferire al settore pubblico le case dei grandi colossi immobiliari quali Vonovia, Adler, Covivio, Heimstaden. L’intesa attuale è più circoscritta: riguarda le società private con oltre 10.000 appartamenti e prevede un tetto di 16 miliardi di euro per gli indennizzi. L’ipotesi coinvolgerebbe un totale di circa 160.000 alloggi, e il trasferimento di proprietà avverrebbe gradualmente, dopo che saranno superati vari passaggi politici e giuridici. Sebbene l’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca consenta il trasferimento di terreni, risorse naturali e mezzi di produzione dalla proprietà privata a quella pubblica, fino ad ora non è mai stato applicato, e il solo parlarne resuscita in molti osservatori i fantasmi del passato comunista.
Non sarà per niente facile per il nuovo governo berlinese attuare il programma di socializzazione degli immobili, anche perché nel frattempo il cancelliere Merz e il ministro federale dell’Interno Alexander Dobrindt hanno messo in agenda una legge nazionale che lo renderebbe pressoché impossibile, tra l’altro costringendo l’ente pubblico che espropria a pagare un indennizzo pari al valore di mercato, con costi che per le casse di Berlino sarebbero insostenibili.




