Opinioni

Legge elettorale: la maggioranza si divide sulle regole del gioco

Le diverse tensioni potrebbero provocare problemi al governo: ecco i meccanismi che possono cambiare i rapporti di forza anche fra partiti alleati
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

La Camera dei deputati - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Camera dei deputati - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La legge elettorale arriva alla prova del voto, mentre nella maggioranza emergono tendenze diverse che possono provocare problemi al governo. Il nuovo sistema di trasformazione dei voti in seggi sarebbe comunque un tema delicato (a meno di accordi fra i poli che non sono ad oggi nemmeno ipotizzabili) perché siamo a un anno scarso dal termine della legislatura (le regole del gioco non si cambiano così tardi; ci sono paesi nei quali le riforme elettorali non entrano in vigore alle prime consultazioni utili, ma alle seconde, per evitare che sembrino cucite su misura a favore di qualcuno) e perché ci sono meccanismi che possono cambiare i rapporti di forza anche fra partiti alleati. Per questo, come vedremo in seguito, l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc rischia di essere un ostacolo tale da rendere impossibile la convivenza fra i partiti di governo. Procediamo per gradi: oggi i seggi sono assegnati per il 62,5% fra le liste e per il 37,5% in collegi uninominali. I collegi sicuri, di solito, sono divisi fra i partiti coalizzati in modo tale da dare un po’ più di spazio ai partner minori (è successo per Forza Italia e Lega, per esempio).

La nuova legge spazza via tutto ed elegge deputati e senatori con la proporzionale di lista, salvo un premio di maggioranza di 70 seggi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama (se lo aggiudica il polo che supera il 42% dei voti e si piazza al primo posto). Il premio non scatta se nessuno ha il 42% in entrambe le Camere o se in un ramo del Parlamento vince un polo e nell’altro il polo avversario (in tal caso la ripartizione è solo proporzionale per tutti: tot voti, tot seggi). Se una coalizione ottiene il premio, elegge i 70 (o 35, al Senato) candidati di appositi liste bloccate comuni: poiché vengono eletti prima i 70 e poi gli altri delle liste collegate, gli aspiranti parlamentari dei partiti devono sperare di non essere esclusi dalla ripartizione per poca capienza. Infatti, se un polo vince col 42% alla Camera non può avere meno di 168 deputati, ma poiché non ne può conquistare per legge più di 220 (113 al Senato) esclusi quelli della circoscrizione Estero, è evidente che almeno diciotto deputati delle liste di partito (220-70=150) perdono il posto a favore di quelli delle liste del premio.

La protesta di Riccardo Magi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La protesta di Riccardo Magi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Più è alta la percentuale di voti del polo vincente, più candidati di lista sono scavalcati da quelli dei listini comuni (esempio: col 46% dei voti si avrebbero almeno 184 seggi, quindi 34 delle liste sarebbero rimpiazzati dai candidati comuni). Insomma, se si è nel listone del polo vincente non si deve neanche, sostanzialmente, avere la preoccupazione di fare la campagna elettorale, mentre se si è nella lista del partito bisogna essere messo capolista o in una buona posizione.

Insieme alle liste ogni polo (o singolo partito che compete da solo) indica un candidato alla presidenza del Consiglio (non si tratta dell’elezione diretta, che ad oggi è incostituzionale, ma di un «suggerimento» al Capo dello Stato). Il sistema, rispetto a quello in vigore, abolisce i collegi quindi penalizza i partiti medio-piccoli, ma sicuramente nei listini per il premio si adotterà una ripartizione delle candidature tale da compensarli. Il punto è che si parla di spacchettare i listoni e di sostituirli con liste partitiche per il premio: quindi, i 70 seggi della Camera e i 35 del Senato andrebbero divisi fra i soci di un polo in base al peso elettorale effettivo di ciascuno, cosa che penalizzerebbe verosimilmente tutti tranne FdI, Pd e M5s.

Questa proposta, però, non è ancora sul tavolo. È l’arma che FdI potrebbe usare se l’emendamento sulle preferenze presentato con Noi moderati e Udc non passasse. Secondo quest’ultimo, il capolista di ogni partito è bloccato (quindi è il primo degli eletti della lista) mentre per gli altri sei posti l’elettore può scegliere di dare la preferenza fino a tre candidati dell’elenco di sette che trova sulla scheda. Questo meccanismo può avvantaggiare i partiti maggiori, perché crea competizione fra i loro candidati e li spinge a fare campagna elettorale a tappeto, mentre i partiti di medie e piccole dimensioni riusciranno appena ad eleggere il capolista bloccato (quindi nessuno dei sei seguenti in lista farà campagna per le preferenze, sapendo di non farcela). Forza Italia e la Lega non vogliono le preferenze, ovviamente, mentre Fratelli d’Italia sì.

Ora, teoricamente un voto segreto in Aula potrebbe avere un esito ad oggi imprevedibile, ma – al di là del risultato – se si arrivasse alla conta con la maggioranza spaccata ci sarebbero vincitori e vinti: il governo vivrebbe un brutto quarto d’ora. Ecco perchè si cerca di disinnescare la mina delle preferenze. Molto è nelle mani di Meloni: se davvero le vuole, deve correre un gran rischio, ma se invece ne fa solo una questione di bandiera, tutto si appianerà con un’intesa fra gli alleati.

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