Opinioni

La testimonianza umana e politica di Franco Castrezzati

Nel necrologio della famiglia lo si saluta come «cattolico, antifascista, partigiano, sindacalista»
Una foto storica di Franco Castrezzati sul palco - Foto New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
Una foto storica di Franco Castrezzati sul palco - Foto New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
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L’addio a Franco Castrezzati, diventato la voce simbolo della Strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, morto a 99 anni, diventa l’occasione per rivisitare un modo di abitare la vita e fare la storia. Nel necrologio della famiglia lo si saluta come «cattolico, antifascista, partigiano, sindacalista». Il dna scaturisce dall’essere e voler essere nei comportamenti cattolico, superando le parole d’ordine dei singoli regimi che si susseguono nel tempo.

Quella mattina di oltre cinquantuno anni fa, lui guidava la manifestazione in piazza proprio per denunciare i pericoli di una violenza, che metteva a rischio la democrazia per la quale intere generazioni, compresa la sua, avevano lottato. Continuò a denunciarli, i pericoli, per tutti gli anni che seguirono. Instancabile nel ricordare che non si doveva considerare le conquiste della libertà compiute una volta per sempre.

Non a caso si indica il tratto fondante nell’essere cattolico. In un tempo, il nostro, che pare smarrire le dimensioni plasmanti di una fede adulta, il richiamo è potente. Contempla il soffrire per le sue verità, il non scansare i costi che implica, il non traguardare i possibili guadagni immediati dell’agire quotidiano. La fede che innesca i comportamenti, che è luce che guida i comportamenti. Da qui la sua scelta, fin dall’età giovanile, di una operante collocazione antifascista.

Una scelta che non fu di tutti, che comportò rischi grandi per la stessa qualità della vita corrente e che innescò quella conseguente di partigiano. Di fronte alla richiesta di arruolamento nella Repubblica di Salò, la decisione opposta di imbrecciare le armi per abbattere il permanere del regime fascista. Riaffermata la democrazia ecco l’impegno da sindacalista, proprio come espressione dell’essere cattolico, antifascista, partigiano. Continuare ad operare nella società civile in nome dei valori della Resistenza.

Come tutte le persone che professano un credo, nella sua lunga vita ha avuto alti e bassi, sostegni e contestazioni, ma non ha voluto dismettere la coerenza. L’essere sindacalista gli consentiva di lavorare per l’affermazione della dignità della persona, intesa come singola e come porzione di una comunità. La verità sulla Strage di piazza della Loggia andava tenacemente ricercata e sanzionata per via giudiziaria proprio perché suonasse monito a tutti e sconfessione a quanti si prefiggevano di riaffermare la violenza come strumento decisivo dei naturali conflitti sociali.

Oggi, quando anche i sindacati si interrogano - e non è una novità, ma una condizione che data dal loro sorgere - su cosa competa fare in un clima di profonde lacerazioni politiche e sociali, quelle coerenza continuano a proporsi come strumenti d’attualità. È vero che l’anagrafe assottiglia la pattuglia dei testimoni viventi, e può far pensare che tutto un mondo finisca con loro, però le pagine esistenziali che hanno vergato restano esempi che parlano all’oggi. A noi non farle dimenticare, perché continuino a veicolare i dna di un’esistenza consapevolmente interpretata.

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