La guerra all’alleato di Mosca è un assist di Trump a Putin

Guerre come quella provocata dall’attacco israeliano e statunitense all’Iran si contraddistinguono per la loro natura altamente asimmetrica. Una parte gode di una superiorità militare soverchiante. Può infliggere danni devastanti all’infrastruttura civile e militare dell’avversario. Può eliminarne chirurgicamente la leadership, come abbiamo visto nel caso di Khamenei. E può, oggi, provocare un numero elevatissimo di vittime civili – il «danno collaterale» nell’asettico linguaggio in uso – senza dover pagare un grande prezzo in termini d’immagine e di consenso. Perché controlla molta parte della rappresentazione mediatica del conflitto.
E perché le vittime sono altri, non cristiani e non occidentali, in doppi standard sul valore della vita umana che già abbiamo visto in azione a Gaza e che rappresentano uno degli aspetti più urticanti di guerre le cui logiche suprematiste e razziali sono ormai sempre meno dissimulate. Eppure, tutti questi evidenti vantaggi non bastano per vincere e per vincere rapidamente.
Donald Trump sostiene che la vittoria è stata ormai raggiunta: «Abbiamo vinto, in un’ora era già tutto finito», ha dichiarato davanti ai suoi sostenitori in Kentucky due giorni fa. Di ore, dall’inizio delle ostilità il 28 febbraio scorso, ne sono invece trascorse molte, e il conflitto pare continuare ad allargarsi, più che volgere al termine. Si allarga militarmente, con l’Iran che continua a cercare di colpire Paesi limitrofi e lontani; ma si allarga soprattutto per i suoi effetti globali, indiretti e nondimeno molto tangibili. Così tangibili che ognuno di noi li può sentire, nel semplice momento in cui deve recarsi alla stazione di servizio.
Lo squilibrio di forza di una guerra asimmetrica può essere infatti compensato dalla capacità della parte più debole di sopportare maggiori sofferenze ovvero di socializzare i danni provocati dalla guerra anche con parti che non sono coinvolte né hanno responsabilità per essa. All’Iran basta non perderla la guerra per vincerla; e il prolungamento del conflitto gioca a suo favore se riesce a far aumentare i costi per tutti. Cosa che per il momento sta avvenendo. E che forza Trump a dichiarare vittoria, a esplorare vie d’uscita più o meno onorevoli o, anche, a cercare di tamponare la situazione e i danni che ne conseguono. È in questa chiave che va letta la decisione di sospendere le sanzioni a Mosca per consentire per 30 giorni l’acquisto di greggio russo già in transito sul mare.
Si tratta di una misura che, assieme a varie altre, dovrebbe permettere di contenere l’impennata del prezzo del petrolio, cresciuto del 40% dall’inizio del conflitto (con riverberi immediati sul costo del carburante, uno dei fattori che più incidono sulle percezioni dei consumatori statunitensi).
C’è un che di paradossale in tutto ciò. Una guerra contro uno degli alleati più importanti della Russia rischia in realtà di avvantaggiarla. Come può avvantaggiarla la prosecuzione di un conflitto che distoglie impegni e attenzione dal fronte ucraino e, anche, il costo che la crisi sta avendo per gli europei, oggi i principali sostenitori di Kiev e tra i più esposti alle oscillazioni del prezzo del greggio. Difficile immaginare che tutto ciò fosse contemplato quando Washington ha preso la fatidica decisione di lanciare questa nuova guerra. Più probabile che su questo, come su altri aspetti del conflitto, si stia manifestando tutto il dilettantismo e la superficialità di un’amministrazione che ha liberato forze e dinamiche oggi sempre più difficili da controllare e gestire.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
