Iran, una guerra che Trump vuole già chiudere

Trump annuncia la prossima fine dell’attacco congiunto d’Israele e Stati Uniti all’Iran, laddove Netanyahu, non pago, sembra invece voler rilanciare e il segretario della Guerra statunitense, Pete Hegseth, continua a rilasciare caricaturali dichiarazioni belliciste.
Non è semplice tirare le fila di tutto ciò e darvi un senso. Non perché non vi sia un disegno strategico che aiuta a spiegare la decisione di Trump di lanciare questa nuova guerra. Disegno contestabile, e all’apparenza velleitario, ma comunque chiaro, che mira a indebolire grandemente l’Iran, azzerando le sue capacità di svolgere un ruolo significativo nello scacchiere mediorientale, a estendere l’egemonia regionale d’Israele e a consolidare il ruolo dei paesi del Golfo come hub tecnologico e valutario, oltre che come finanziatori del debito statunitense e di attività imprenditoriali in taluni casi legate alla stessa famiglia del Presidente.
Se questi sono, a sommi tratti, gli obiettivi che hanno ispirato l’azione israeliana e statunitense, l’ipotesi di una rapida fine del conflitto prospettata da Trump può essere letta in due modi molto diversi, anche se non necessariamente incompatibili. Il primo, forse il meno realistico, è che Trump ritiene di avere ottenuto gli obiettivi che si era prefissato ovvero di avere posto le condizioni affinché questi si realizzino. L’eliminazione di Khamenei e di altri importanti leader del paese ha mostrato con quanta facilità Stati Uniti e Israele possono decapitare i vertici della repubblica iraniana.

Il figlio di Khamenei, designato a sostituirlo, non potrà non avere preso nota. Come non potrà non avere preso nota del macroscopico squilibro di forze che questa guerra, ma più in generale tutto quanto avvenuto negli ultimi due anni, ha evidenziato. L’indiscutibile superiorità militare e tecnologia di Stati Uniti e Israele mette l’Iran in un angolo; per sopravvivere Teheran deve ora in teoria accettare di abbandonare l’ambizione di essere una grande potenza regionale capace, anche grazie alla sua rete di alleanze, di svolgere un ruolo centrale nelle dinamiche mediorientali.
La seconda spiegazione è, invece, che i costi materiali e, potenzialmente, politici di questa guerra si stanno rivelando troppo alti per Trump. Dal primo giorno di guerra, le borse sono entrate in un’altalena sfibrante per gli investitori (un dato poco noto, ma fondamentale, è che più del 60% degli americani ha investimenti diretti o indiretti in titoli borsistici, una percentuale che sale di diversi punti tra i bianchi non giovani, dove gli elettori di Trump sono grandemente sovrarappresentati). Pochi indicatori, inoltre, hanno negli Usa un valore simbolico maggiore del prezzo del gallone di benzina, cresciuto in un mese di più del 20% e che si attesta oggi attorno a 3 dollari e mezzo, ben al di sopra della soglia che una maggioranza di elettori ritiene normale e accettabile.
Elettori che, stando ai sondaggi, sono in larga maggioranza contrari a una guerra che sarebbe appoggiata da non più del 20/25% del paese. Ed elettori, infine, che esprimono una crescente preoccupazione di fronte a prezzi che rischiano d’infiammarsi, a un’inflazione ancora alta e a prospettive di un ulteriore ribasso dei tassi d’interesse che paiono nuovamente allontanarsi. Gli indici di fiducia dei consumatori, un altro dato politicamente ed elettoralmente sensibile, sono calati di diversi punti nell’ultimo anno e si collocano ai livelli più bassi dell’ultimo mezzo secolo, addirittura sotto quelli registrati durante la crisi del 2008. In sintesi, a Trump potrebbe convenire dichiarare vittoria e chiudere la partita, quanto meno per il momento. Perché una vittoria in una certa misura è stata ottenuta; e perché ha sempre meno interesse a prolungare il conflitto.
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