Anche in geografia i nomi sono presagi. L’Onu aggiusta la rappresentazione dell’Africa sulle mappe mondiali e Donald Trump emette ordini esecutivi a raffica per cambiare i nomi a laghi e stretti di mezzo mondo. Che significato ha questa inedita attenzione alle configurazioni e alle denominazioni in campo squisitamente geografico?
L’assemblea generale dell’Onu ha risposto ad una crescente domanda da parte degli Stati dell’Unione africana modificando le forzature create da un sistema in voga da cinque secoli nel disegno dei planisferi, quello derivato dalla proiezione di Mercatore. Era un modello basato su una visione eurocentrica del mondo e quindi, nel rappresentarlo, non si curava se l’Africa appariva più piccola della Groenlandia e di altre terre vicine ai poli. Gli Stati africani da tempo chiedevano un aggiustamento che desse al loro continente la dimensione reale, in un disegno basato sui rapporti fra le superfici, e proprio per questo denominato «Equal Earth».
The African Union has joined the call to replace the outdated 16th-century Mercator map which distorts Africa’s true size, with the Equal Earth projection, a map that shows the continent as it really is: vast, powerful, and central to our world. #CorrectTheMap
— African Union (@_AfricanUnion) August 14, 2025
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L’Onu ha approvato la variazione con 164 voti favorevoli, sei astenuti e un solo voto contrario, quello degli Stati Uniti. E qui entra in scena Donald Trump e la sua mania di ritenersi padrone del mondo, e di cambiare nome alle aree della Terra che entrano nelle sue mire. Lo aveva già fatto con il Golfo del Messico, nel gennaio del 2025, chiamandolo Golfo d’America. Lo aveva fatto con il monte Denali in Alaska ripristinando la dizione Mount McKinlay, e più recentemente con il lago Ontario, chiamandolo Lake America. Se si può comprendere l’idea di ribattezzare lo Stretto di Hormuz dandogli addirittura il nome del tycoon, catalogandola nella categoria delle provocazioni trumpiane, che significato ha cambiare il nome di un lago canadese come mossa di una guerra dei dazi?

I nomi in geografia non sono mai stati neutrali. Nei secoli delle esplorazioni e delle conquiste, appena un capitano di veliero o un condottiero approdava in una terra nuova per gli europei, battezzava il luogo con un nome emblematico. C’era chi aveva un ego trumpiano e chiamava la nuova conquista con il proprio nome, ma soprattutto la denominazione diventava strumento geopolitico, imponendo il nome del sovrano che aveva finanziato la spedizione e piantando la bandiera dello Stato. Era l’inizio del colonialismo e delle contese fra le potenze dell’epoca. Lungo sarebbe l’elenco delle diatribe anche su questo fronte: penisole e laghi, monti e mari, valli e vette sono stati contesi e ribattezzati dal vincitore di turno. Usare una denominazione piuttosto che l’altra, assume un significato politico. Anche nelle sfumature, dalla Palestina a Taiwan. Così Trump si diverte e propone di chiamare Golfo d’Arabia quello che tutti conoscono come Golfo Persico. E ai pasdaran iraniani fumano…

Proprio perché la questione è spinosa, non si è mai riusciti a stabilire un diritto internazionale che regoli le denominazioni geografiche. Trump, ad esempio, può pretendere che i suoi ordini vengano attuati dagli enti federali, dalle università e dai giornali statunitensi, persino da Google Maps se ci riesce, ma tutti gli altri possono fare come meglio credono. Una risoluzione dall’Onu nel 1977 sancisce che le denominazioni geografiche sono poste sotto la sovranità dei singoli Stati e «raccomanda» che quando laghi, fiumi, monti sono condivisi fra Stati confinanti, si concordi un nome unico. Non esistono obblighi internazionali, ma solo consigli e raccomandazioni. Cioè, ognuno fa come gli pare. Anche perché una cosa è certa: la modifica del nome sulla carta geografica non sposta di un centimetro i confini, non costituisce in alcun modo «titolo di sovranità». Purtroppo, i nomi nascondono spesso mire aggressive e l’intenzione di allungare le mani. Il cambio di nome non è tanto un illecito internazionale quanto un atto politicamente provocatorio.

Quel che sta accadendo riguardo alla toponomastica è l’ennesimo episodio dello sgretolamento del sistema mondiale multilaterale e della crisi delle politiche di cooperazione. Gli ordini esecutivi di Trump sono dunque l’emblema del suo stile prepotente e al tempo stesso il segnale di quale area è al centro della sua attenzione, in quel momento. Più comprensibile la richiesta africana di apparire nella reale dimensione. Dopo la delibera dell’Onu nessuno sarà obbligato a cambiare le proprie cartine, ma il Togo, che è capofila dell’operazione, ha già fissato a Lomé, per l’inizio dell’anno prossimo, un summit con l’Unesco e le aziende tecnologiche mondiali, Google Maps in testa. Perché quel che non può stabilire il diritto spesso viene sancito dall’uso.




