Insuccessi a scuola, dagli inciampi al fallimento

Quando si cade o quando c’è in ballo un cambiamento importante, serve fermarsi e tornare indietro, perché è necessario prendere la rincorsa per saltare un fosso
Studentesse di origini diverse in una scuola della città - © www.giornaledibrescia.it
Studentesse di origini diverse in una scuola della città - © www.giornaledibrescia.it
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È cominciata da poco la scuola e come ogni anno, emergono già preoccupazioni e paure. Gli studenti temono i voti negativi e i genitori gli insuccessi dei figli che, di solito, vivono come fallimenti. Li sentono insopportabili, quasi fossero i propri, perché si identificano totalmente con loro e temono, fuori luogo, che gli inciampi siano una catastrofe. Certo per le conseguenze che producono sono sempre temibili le cadute, ma quando avvengono serve sviluppare autoconsapevolezza per capire l’errore e prevenirne altre.

Una bocciatura e la perdita di un anno di studio recano dolore e delusione cocente, ma in genere sono fuori luogo le lamentele dei genitori contro la scuola che boccia e ancor più la rabbia verso i professori ingiusti «incapaci di valutare». Un insuccesso scolastico ha motivazioni diverse, ma spesso è la conseguenza di uno scarso impegno dello studente che va sempre segnalato, discusso e spiegato anche ad un bambino piccolo perché possa essere consapevole e responsabile.

Gli adulti sono incaricati di sostenere i compiti evolutivi dell’adolescente e hanno il dovere di fornire un mix equilibrato di gratificazioni e frustrazioni. Diventar grandi vuol dire misurarsi con se stessi e con gli altri, ma anche saper riconoscere i propri limiti e tener botta e resistere nelle difficoltà. Se manca la perseveranza è perché gli adulti di riferimento, carenti di autorevolezza e di reale presenza affettiva, hanno omesso di aiutare i minori a comprendere gli inciampi e non hanno valorizzato a sufficienza lo sforzo per rialzarsi e rimettersi in pista

Conta invece la resilienza. Tutti temono gli insuccessi, dai voti negativi e alle bocciature, esperienze faticose eppure necessarie per crescere che servono se insegnano a rialzarsi e a riprendere il cammino anche quando fa seguito una battuta di arresto e una retrocessione. Accettare l’insuccesso dei figli non vuol dire premiarli e nemmeno minimizzare il fallimento, ma vuol dire aprire un dialogo e un confronto sul valore degli errori ed educare alla resilienza e alla perseveranza che è capacità di tener duro e non gettare subito la spugna.

Ricordo le mie bocciature alle medie e al liceo come spaventosi fallimenti che hanno fatto soffrire me e i miei, ma ho presente anche quanto mi sono servite quelle batoste vissute come perdite consistenti, soste forzate e regressioni insopportabili. Ho in mente che ad ogni caduta non ricevevo dai miei alcuna medaglia, ma nemmeno avevano proteste contro la scuola per non avermi riconosciuto abile. Lo sguardo di severa riprovazione di mia madre si univa alla valutazione negativa che gli insegnanti davano di me come studente. Non si opponeva, ma aggiungeva una perentoria ed esplicita richiesta che mi faceva ed era quella di tener duro, non scappare, ma ricominciare da capo.

A distanza di tempo, studiando il pensiero di Carl G. Jung, ho capito il significato della sua metafora sul retrocedere e il regredire. Sosteneva che quando si inciampa e si cade o quando c’è in ballo un cambiamento importante, serve fermarsi e tornare indietro, perché è necessario prendere la rincorsa per saltare un fosso.

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