Attraversiamo il tempo dell’urgenza e quello delle emergenze, che esiste e lo sappiamo, ma nel quotidiano è gara continua con tutti, per abitare lo spazio delle conversazioni sovrapposte e confuse. La fretta delle parole e delle azioni si sommano e lo spazio mentale del pensiero divergente è ridotto all’osso, assente come il tempo per la riflessione. Ogni emozione si vive e si perde o si getta senza che possa lasciare traccia.
Saranno gli instant message con cui comunichiamo, oppure il bisogno esasperato di conferme che ci spinge a controllare ogni doppia spunta di WhatsApp per sapere che siamo nel pensiero degli altri. Perché il timore di oggi è quello di essere dimenticati o di non contare abbastanza per gli amici dei social. Ormai è la nostra nevrosi quotidiana.
Più spesso però sono le poche domande che ci facciamo e le tante risposte di conferma che pretendiamo per sconfiggere le personali insicurezze. Tutto diventa urgente, senza pausa e senza attesa. Gli interrogativi che abbiamo sembrano voragini da riempire al più presto per non rischiare la tortura della mente. Ovunque domina l’idea che meno vuoti ci sono, meglio si sta. Più il tempo è pieno e meno servono le domande, meno che meno la ricerca con nostre risposte. L’ansia è diffusa e sta diventando il dono frequente che facciamo alle nuove generazioni.
L’eredità che lasciamo è l’impazienza e il timore per la noia che ci sembra il non aver nulla a cui pensare, l’ozio dei neuroni, il vuoto della mente. Invece la noia è un osservare ciò che accade attorno, attiva l’attenzione per gli altri e per il mondo. È movimento interiore che rende creativi. Invece quel compulsivo digitare ovunque sembra essere un comodo antidoto alla solitudine e un segnale per la crescente frustrazione di non avere soluzioni immediate. Se coltivassimo individualmente la lentezza e la sapessimo insegnare nella scuola che tra poco riprende, potrebbe essere un modo per educare alla pazienza che è distanza dal fare senza riflettere, dall’agire immediato e dalla competizione, e riuscire a generare pause nel pensiero e calma nell’anima.
Se lo facciamo con i bambini, li educhiamo all’ascolto e al saper attendere, all’andare lentamente. Insegniamo loro a non usare il giudizio frettoloso delle parole e a far tacere quel vociare continuo dei social che non lasciano spazio al pensiero critico. L’alternanza dell’attività relazionale online e del silenzio tecnologico nella quotidianità è un diritto e un beneficio.




