L’impossibile tregua in Ucraina: Putin ascolta solo se stesso

«Non mi fermo», così ha sentenziato lo Zar. Dall’altra parte del filo telefonico chi prometteva, nella campagna elettorale, di risolvere la questione in ventiquattr’ore. Trump è rimasto deluso. Poi è iniziato il balletto delle armi no, armi sì all’Ucraina. Infine chiarito: «continueremo a darle, stavamo solo controllando di averne abbastanza per noi». Surreale, quasi uno scherzare, ma è la realtà. In quelle stesse ore l’altro fa cinicamente e tragicamente capire di non aver osato, e tanto meno scherzato. Lancia l’attacco, forse il più devastante dall’inizio della guerra, sulla capitale ucraina, droni, missili portano distruzione. Tanti i feriti, ma per fortuna nessuna vittima.
Chissà se quella perentoria affermazione di Putin, Trump non se la sia un po’ cercata. La troppa sua sicumera deve averlo stizzito, non è tipo da a ingoiare alcun rospo. Così è arrivato il corollario. «Non rinunceremo ai nostri obiettivi». Frase da pietra tombale sulle prospettive, non di pace, sarebbe troppo pensarlo, ma almeno di una tregua, di un cessate il fuoco. Tanto più perché ha poi così rafforzato il corollario: «Eliminazione delle cause di fondo dalle quali deriva l’attuale scontro acuto». Dunque, tutto come allora, come quel 24 febbraio 2022, quando il suo esercito ha attraversato i confini ucraini. Quel Paese andava «denazificato», ovvero soggiogato al suo potere.
Oggi, dopo 1.227 giorni di guerra, di «operazione speciale militare», così continua a chiamarla, gli obiettivi restano gli stessi. Come ha recitato un comunicato del Cremlino del 1° luglio, le responsabilità non sono solo a Kiev, ma dell’Occidente, perché ignora le esigenze russe di sicurezza, sostiene un’Ucraina ostile, ma soprattutto prolunga la guerra con le armi a Kiev. Mosca chiede vengano riconosciute le nuove realtà (leggi conquiste) territoriali: «Controlliamo il 20 per cento dell’Ucraina, intendiamo annetterci le quattro regioni non ancora totalmente occupate». Un comunicato nelle parole non diverso dall’usuale retorica, ma più importante è la data. Quel 1° luglio è, infatti, la data della telefonata tra Macron e Putin, antecedente di un paio di giorni di quella con Trump. Anche questa senza esito.
Ora, Macron non è Trump. Usa toni più delicati, il suo è un approccio morbido (tranne forse quando parla all’Italia. Spocchia dei cugini? Forse, ma è altra storia). Qui, però, casca l’asino. Perché, se Putin si stizzisce per l’arroganza di Trump, guarda a Macron in modo altezzoso, così come agli altri leader europei. Ha così, probabilmente, visto nella telefonata del presidente francese, la prima dopo tre anni, una manifestazione di debolezza, non una mano tesa. Nulla vale se la Francia sieda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu o disponga dell’arma nucleare.
Nemmeno, Putin ascolta più di un tanto gli amici, quelli con i quali pure condivide un certo modo di gestire il potere, come il presidente turco Erdogan. Il Sultano si è sforzato come mediatore, ma l’ultimo summit di Istanbul, scambio di prigionieri a parte, è stato un fallimento. Putin ha in mente una sola cosa: l’Ucraina. Vuole impossessarsene. Non vede altro. Non ascolta nessuno, anzi a questo nessuno risponde ancor prima di aver ascoltato.
E Zelensky? Preoccupato dal balletto trumpiano, conscio di non poter fare a meno delle armi americane, conscio altresì di non essere nelle grazie di chi siede nello Studio Ovale, dove ha subìto una cocente umiliazione, è corso ad Aarhus, in Danimarca. Ha raggiunto i leader di quel Paese e i vertici dell’Ue, colà riuniti per l’avvio della presidenza semestrale danese. Come già tante volte in passato ha ricevuto le più ampie rassicurazioni sull’incrollabile sostegno europeo. Vi è un solo piccolo problema, si tratta del sostegno dei disarmati.
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