Il Venezuela è sull’orlo del baratro

Il terzo mandato di Maduro tra repressione, crisi politica e le polemiche per la rielezione
Il presidente venezuelano Maduro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente venezuelano Maduro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nicolas Maduro venerdì scorso ha preso ufficialmente possesso del suo terzo mandato consecutivo di presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela a seguito di una elezione caratterizzata dalla mancanza di trasparenza nel conteggio dei voti, l’autoritarismo e la persecuzione dei nemici politici del regime «chavista».

Sin dalla campagna elettorale, i contendenti si sono delegittimati a vicenda, sostenendo che non avrebbero riconosciuto la sconfitta. Da un lato, le opposizioni, guidate dall’ex diplomatico Edmundo González Urrutia, temevano elezioni fraudolente e repressione politica, in ragione della certezza che il paese «reale» era ormai dalla loro parte.

Dall’altro lato, l’erede di Chávez, in caso di sconfitta, minacciava che la transizione da un governo all’altro sarebbe finita in un «bagno di sangue», dato che l’unico risultato possibile era – in accordo con l’ideologia ufficiale dello «Chávismo» – la vittoria del leader, espressione genuina del «popolo» venezuelano, l’alfiere della democrazia diretta contro il candidato dell’opposizione, espressione del golpismo fascista delle élite economiche e politiche, appoggiate dall’imperialismo nordamericano.

La logica conseguenza dell’incerto esito elettorale è stata che gli oppositori, guidati da Urrutia e dall’ex deputata María Corina Machado, dopo essersi autoproclamati vincitori delle elezioni in virtù di dati elettorali pubblicati on line, hanno contestato l’elezione di Maduro, invitato ad accogliere la richiesta della comunità internazionale, con a capo l’Onu, di esibire le prove della sua vittoria. A ulteriore sostegno dei dubbi sulla trasparenza delle elezioni venezuelane si sono schierati i governi progressisti di Messico, Colombia ed in particolare del Brasile di Lula, appoggiati anche dagli Usa, nel ruolo di mediatori con Maduro. L’intenzione era di far capire al presidente venezuelano che non gode più dell’appoggio della sinistra latinoamericana.

La risposta di Maduro non si è fatta attendere ed è stata autoritaria. Né poteva essere altrimenti. «Nessuno – ha sostenuto mentre prendeva possesso del terzo mandato – può imporre il presidente al Venezuela». Una dichiarazione che segna il punto di arrivo di una epoca di repressione dei nemici dello «Chavismo», morti, feriti, detenuti e mandato di arresto per Urrutia, nel frattempo fuggito in Spagna, dopo che il Supremo Tribunale Elettorale venezuelano ha ratificato il risultato finale – rielezione di Maduro con 51, 20% pari a poco più di 5 milioni di voti, mentre il leader dell’opposizione con il 44,20%, pari a circa 4 milioni e mezzo di voti.

Alcuni scenari si profilano all’orizzonte. Innanzitutto, gli Usa, con al seguito altri paesi, non hanno riconosciuto la vittoria di Maduro, offrendo una taglia per la sua cattura, mentre la Comunità Europea e i Brics hanno annunciato sanzioni economiche.

Molto dipenderà dalle politiche del governo Trump. Nell’imminenza della cerimonia ufficiale, il neoeletto presidente americano ha fatto dichiarazioni molte ambigue sugli scenari internazionali. I rapporti tra Usa e paesi latinoamericani sono storicamente molto complessi e delicati. I proclami di politiche anti immigrazione del governo Trump devono fare i conti con la realtà. Non sarebbe una buona mossa inasprire i rapporti con il Messico, porta d’entrata degli immigranti dal centro e dal Sud America, i quali costituiscono una forza lavoro fondamentale per l’economia statunitense. Molti di loro inoltre sono radicati da anni negli Usa e hanno diritto di voto.

L’altra questione cruciale è quella del petrolio venezuelano sul quale vi sono anche le mire degli Usa. Se si continua a utilizzare toni minacciosi contro Maduro, si rischia di avvicinare ulteriormente il Venezuela alla Russia e alla Cina, anch’esse interessate al petrolio, oltre che a mantenere l’area instabile.

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