Il ritorno di Trump fa tremare la Cina

Quella del 2018 verrà ricordata come un’estate particolarmente calda nelle relazioni tra Washington e Pechino. È stato nel luglio di quell’anno che l’amministrazione Trump - preoccupata dell’enorme deficit commerciale con la Cina, della presunta appropriazione illegale della proprietà intellettuale americana, delle pratiche commerciali sleali poste in essere da Pechino e dalla forte competizione tecnologica - decise di introdurre una serie di misure, immediatamente contraccambiate dai cinesi, che si tradussero progressivamente in un’escalation di tariffe e sanzioni su prodotti chiave, con impatti negativi per entrambe le economie e il commercio globale.
La disputa, immediatamente etichettata come la «guerra commerciale» tra Stati Uniti e Cina, ha rappresentato un punto di svolta nei rapporti economici - con conseguenze immaginabili anche sul fronte politico - tra i due Paesi, spingendoli verso una relazione più competitiva a conflittuale. Del resto, la pressione esercitata da parte di Washington non si è allentata minimamente nel post-Trump, visto che l’amministrazione Biden ha mantenuto le misure in vigore e, in alcuni casi, le ha persino ampliate.
Già nel corso della recente campagna elettorale, Trump non ha avuto remore nel dichiarare che le imposizioni tariffarie statunitensi sui beni cinesi potrebbero arrivare fino al 60%. Se ciò si verificasse, sarebbe un enorme problema per Pechino: se la prima ondata di tariffe imposte da Trump qualche anno addietro è risultata dolorosa per la Cina, il Paese si trova ora in una posizione di maggiore vulnerabilità.
L’economia si è sforzata di ritornare ai livelli di crescita pre-pandemici da quando, un paio d’anni orsono, sono state bruscamente abbandonate le rigide restrizioni imposte dalla strategia dello Zero-Covid; ciò malgrado, ancor prima della vittoria elettorale di Trump e dopo che Pechino ha iniziato a introdurre misure di supporto alla sua economia a settembre, il Fondo Monetario Internazionale ha ridimensionato l’obiettivo annuale di crescita di Pechino. Attualmente, infatti, il Fmi prevede che l’economia cinese crescerà del 4,8% nel 2024, al limite inferiore dell’obiettivo di Pechino di «circa il 5%».
L’anno prossimo si prevede addirittura che il tasso di crescita annuale della Cina scenderà ulteriormente al 4,5%. Un enorme problema che Pechino dovrà cercare di risolvere in fretta - e per cui verranno stanziati da qui al 2026 circa 840 miliardi di dollari - è quello rappresentato dal drammatico indebitamento dei governi locali. Questi, per decenni hanno contribuito alla crescita dell’intero Paese prendendo in prestito enormi somme di denaro, in gran parte destinate a progetti infrastrutturali; ciò nonostante, il netto calo del settore immobiliare ha lasciato alcune città incapaci di pagare i propri debiti.
Per fare fronte a queste difficoltà, la Cina si è data da fare sul fronte delle esportazioni in ambito tecnologico. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), la Cina rappresenta allo stato attuale almeno l’80% della produzione di pannelli solari ed è anche il maggior produttore di veicoli elettrici e delle batterie che li alimentano. Le esportazioni di veicoli elettrici, batterie agli ioni di litio e pannelli solari sono aumentate del 30% nel 2023, e Pechino è determinata a consolidare il suo predominio globale in ciascuno di questi settori.
Questa crescita delle esportazioni ha contribuito ad ammortizzare l’impatto della crisi immobiliare in corso sull’economia cinese. Il problema, tuttavia, è che di pari passo con la crescita delle esportazioni, è aumentata anche la resistenza da parte dei Paesi occidentali, e non solo degli Stati Uniti; proprio il mese scorso, infatti, l’Unione Europea ha aumentato i dazi sui veicoli elettrici costruiti in Cina fino al 45%. Non scordiamoci, tuttavia, che la Cina è, dopo gli Stati Uniti, il secondo partner commerciale dell’Ue, e quindi per Bruxelles non sarà facile adottare una linea dura con il gigante asiatico, anche se aumentasse la pressione da parte degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, la Cina è stata contemporaneamente concorrente economico, partner e rivale sistemico dell’Ue; nonostante le tensioni crescenti, entrambi dipendono fortemente l’uno dall’altro a livello economico. In questo senso, la visita di Sergio Mattarella in Cina, iniziata un paio di giorni fa, ha un’importanza strategica, soprattutto considerando la decisione, assunta qualche mese fa, dell’Italia di uscire dal Memorandum sulla Via della Seta.
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