Quella del 2018 verrà ricordata come un’estate particolarmente calda nelle relazioni tra Washington e Pechino. È stato nel luglio di quell’anno che l’amministrazione Trump - preoccupata dell’enorme deficit commerciale con la Cina, della presunta appropriazione illegale della proprietà intellettuale americana, delle pratiche commerciali sleali poste in essere da Pechino e dalla forte competizione tecnologica - decise di introdurre una serie di misure, immediatamente contraccambiate dai cinesi, che si tradussero progressivamente in un’escalation di tariffe e sanzioni su prodotti chiave, con impatti negativi per entrambe le economie e il commercio globale.
La disputa, immediatamente etichettata come la «guerra commerciale» tra Stati Uniti e Cina, ha rappresentato un punto di svolta nei rapporti economici - con conseguenze immaginabili anche sul fronte politico - tra i due Paesi, spingendoli verso una relazione più competitiva a conflittuale. Del resto, la pressione esercitata da parte di Washington non si è allentata minimamente nel post-Trump, visto che l’amministrazione Biden ha mantenuto le misure in vigore e, in alcuni casi, le ha persino ampliate.




