Referendum giustizia, quesiti tecnici e nodo partecipazione

Fra pochi mesi gli italiani andranno alle urne per il referendum relativo al disegno di legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, che modifica alcune parti della nostra Carta fondamentale.
In breve, semplificando al massimo: 1) si distingue fra la carriera del giudice e quella del pubblico ministero; 2) le competenze del Csm (Consiglio superiore della Magistratura) sono divise fra un Csm della magistratura giudicante, un Csm della magistratura requirente e un’Alta Corte disciplinare; 3) i due Csm sono entrambi presieduti dal Capo dello Stato; 4) la composizione dei due Csm prevede un terzo di membri «laici» (di nomina parlamentare) estratti a sorte da un elenco e due terzi di «togati» estratti a sorte fra tutti gli appartenenti al giudicante (se Csm giudicante) o al requirente (se Csm requirente); 5) i provvedimenti disciplinari passano all’Alta Corte disciplinare; 6) l’Alta Corte è composta da tre membri nominati dal Capo dello Stato, sei fra giudicanti e requirenti (estratti a sorte) e tre «laici» estratti a sorte in un elenco stilato dal Parlamento (fra questi ultimi è eletto il presidente dell'Alta Corte).
Gli elettori decideranno se approvare questa riforma, votando sì, oppure respingerla e mantenere intatto l’attuale testo della Costituzione, votando no. Il punto è che, anche se la votazione è valida in ogni caso, perché non c’è il quorum, è però politicamente opportuno che sia partecipata, in quanto si toccano temi delicati. Il problema, tuttavia, è che quanto abbiamo esposto è di difficile comprensione per i più, che poco sanno di Csm e di carriere dei magistrati. La consultazione rischia di mobilitare poche persone, soprattutto in presenza di un astensionismo fortissimo che non risparmia nemmeno gli appuntamenti politici nazionali e locali più importanti.

Il 20 settembre del 2020, quando si votò per il referendum costituzionale relativo al taglio del numero dei parlamentari, la sostanza del quesito era facile, perché in pratica si chiedeva se fosse opportuno ridurre di un terzo circa i posti di Camera e Senato, lasciando di fatto a casa qualche centinaio di politici. Eppure, nonostante la semplicità della materia e la coincidenza con alcune elezioni regionali, votò solo il 53,84%. Stavolta potrebbe andare molto peggio.
Ecco perché i fronti del sì e del no stanno correndo ai ripari: mobilitare la propria base e portarla alle urne non garantisce la vittoria, ma può renderla più o meno probabile. Non è escluso, dunque, che accanto a interessanti discussioni sul merito della riforma, che però saranno molto tecniche (cioè non tali da catturare un grande pubblico) si utilizzeranno alcuni accorgimenti di marketing elettorale. Il sì, per esempio, potrebbe dire che la riforma eliminerà gli errori giudiziari, mentre il no potrebbe accusare il fronte opposto di voler sottomettere la magistratura fino forse a porre i pm al servizio del governo. Oppure lo si potrebbe vedere come un referendum pro o contro la Meloni.
Le forzature, dunque, non mancheranno, perché la base deve essere in qualche modo motivata ad andare a votare, con ogni argomento e ogni mezzo: non è escluso un «election day» col primo turno delle elezioni comunali del 2026, che potrebbe aumentare la partecipazione. Resta però il dubbio sull’esito della consultazione: la scelta che prevarrà sarà frutto di un’attenta analisi del merito della riforma costituzionale o del «rumore politico di fondo» che i partiti e i fronti cercheranno di alimentare?
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